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Responsabilità da «231» per i reati ambientali

di Giovanni Negri e Elena Simonetti

Decreto 231 anche per i reati ambientali. Con sanzioni pesanti a carico delle imprese. Il Consiglio dei ministri in calendario per questa settimana dovrebbe approvare uno schema di decreto legislativo che estende la responsabilità amministrativa a carico degli enti anche a numerose fattispecie di delitti ambientali. Un provvedimento preso in ossequio a direttive comunitarie. Si chiude in qualche modo una stagione che si era aperta dieci anni fa quando venne introdotta, per la prima volta nel nostro ordinamento, una forma di responsabilità a carico delle imprese per illeciti posti in essere da propri dipendenti: illeciti dalla commissione dei quali devono avere tratto vantaggio o avuto interesse.

In una primissima versione del progetto, nel 2001, erano stati inclusi sia i reati ambientali sia quelli in materia di violazione delle norma sulla sicurezza del lavoro; vennero eliminati anche per le forti riserve espresse dal mondo delle imprese. Tuttavia, se per la sicurezza lavoro, le violazioni sono rientrate nel perimetro del decreto 231 già da qualche anno, per quelle ambientali l'inclusione avviene ora.

Due sono le direttrici lungo le quali si muove il provvedimento. Da una parte c'è l'introduzione di reati che, sia pure previsti in sede comunitaria, non lo sono dalla disciplina penale italiana; dall'altra si estende la responsabilità dell persone giuridiche oggi assente nei reati contro l'ambiente. Così, nel codice penale viene introdotto, per esempio, il delitto di danneggiamento di habitat all'interno di un sito protetto, colpito con l'arresto fino a 18 mesi e con l'ammenda non inferiore a 3mila euro. È soprattutto sul fronte dell'estensione dell'area del decreto 231 che il provvedimento dispiega gli effetti più rilevanti. A fare da modello, nella lista dei reati che possono fare scattare la responsabilità dell'ente, sono i reati societari gli unici sanzionati con contravvenzioni.

Nella griglia prevista per la presentazione in consiglio dei ministri tutte le condotte illecite vengono suddivise in tre grandi aree a seconda della gravità. In particolare, tenendo ferma l'ormai "classica" identificazione delle sanzioni pecuniarie in quote (ogni quota può andare da un minimo di 258 euro a un massimo di 1.549) si è prevista la sanzione pecuniaria fino a 250 quote per i reati sanzionati con l'ammenda o con la pena dell'arresto fino a uno anno oppure dell'arresto fino a due anni alternativa alla pena pecuniaria; la sanzione pecuniaria da 150 a 250 quote per i reati sanzionati con la reclusione fino a 2 anni o con la pena dell'arresto fino a due anni; la sanzione pecuniaria, infine, da 200 a 300 quote per i reati sanzionati con la reclusione fino a tre anni o con la pena dell'arresto fino a tre anni.

A fare da eccezione, a causa dell'estrema gravità della condotta c'è il reato previsto dall'articolo 260 del Codice dell'ambiente, quello che sanziona le attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti. In questo caso la sanzione può arrivare fino a 500 quote con un picco di 800 quando si tratta di scarti radioattivi. Ma per il traffico illecito di rifiuti la sanzione può arrivare a 250 quote; medesima "pena", nel livello massimo, per il trasporto di rifiuti senza il formulario e per le violazioni sulla bonifica dei siti. Per le infrazioni al codice dell'ambiente e per quelle provocate da navi è prevista anche l'applicazione delle sanzioni interdittive, dalla blocco dell'attività alla sospensione delle autorizzazioni pubbliche per una durata massima di sei mesi.

 

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