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Chi resiste meglio al mal di dollaro

Pronti per il gran ballo delle valute. Da inizio anno il biglietto verde perde circa il 7% rispetto all’euro. Al contrario, nel 2015 aveva guadagnato il 10% e il 12% nel 2013. Un movimento che sta probabilmente condizionando negativamente i mercati, in particolare quelli continentali, che danno segni di nervosismo.

Nel 2015 le Borse europee avevano infatti beneficiato di una serie di condizioni mai viste in precedenza: tassi bassi, svalutazione della moneta unica, costi dell’energia in calo. Nel 2016 due tendenze su tre si sono invertite: il petrolio è salito del 20% da gennaio ad oggi, mentre l’euro si è rivalutato.

I dubbiTra gli investitori tornano quindi i dubbi sulla tenuta della ripresa, con ricadute sulle attese di profitto delle società. A farne le spese sono le aziende legate ai movimenti delle valute che in Italia hanno una presenza rilevante sul listino principale. Si tratta delle piccole e grandi multinazionali che producono in Italia ed esportano verso gli Stati Uniti, le società con una significativa presenza in Nord America o la cui valuta è agganciata al biglietto verde. Un universo molto ampio se si prende in considerazione l’intera l’industria italiana e più ristretta se si guarda a Piazza Affari dove dominano banche, assicurazioni e utility locali.

Nuvole all’orizzonte quindi per i campioni nazionali dell’energia come Eni, Saipem e Saras i cui contratti di vendita sono espressi in dollari, le società di punta del made in Italy come Luxottica e Tod’s, un colosso dell’elettronica come STmicroelectronics. Per non dimenticare il nome più noto dell’industria italiana, Fca, diventata a tutti gli effetti una società a stelle e strisce, ma con una forte presenza della produzione in Italia. Per ora, tuttavia, la prudenza è d’obbligo. Per Mauro Vicini, direttore di Websim.it: «La svalutazione del dollaro rispetto all’euro non viene ancora percepita dagli investitori come un segnale che mette a rischio la ripresa, ma piuttosto un movimento legato a ragioni di carattere tecnico. Da inizio 2015 il cambio tra le due valute si muove nell’ampio intervallo 1,05 (toccato a marzo) e 1,17 (toccato ad agosto), con una mediana intorno a 1,11/1,12. Al momento non si può ancora escludere un approdo verso il target naturale del movimento a 1,17 ma successivamente si potrebbe tornare a vedere nuovamente il rapporto intorno a quota 1,10».

La staffettaNessun cambio di scenario all’orizzonte quindi? In aiuto del biglietto verde è arrivata anche la Fed. Il presidente di Atlanta, Dennis Lockhart, ha recentemente definito un’opzione reale un rialzo dei tassi in giugno. Il presidente di San Francisco, John Williams, ha detto di essere favorevole a un incremento, da deliberare nella prossima riunione del Fomc, l’organismo della Fed che decide la politica monetaria. Tassi più alti non potranno che rafforzare il valore della valuta, quindi.

«Le società italiane con una quota significativa del proprio fatturato in dollari — continua Vicini — subiranno evidentemente un effetto negativo sul piano della traduzione della valuta nei propri bilanci. Questo non pregiudica tuttavia i vantaggi legati all’andamento del ciclo economico statunitense che è in ripresa. E se poi la congiuntura in Europa dovesse consolidarsi allora sarebbe tutto grasso che cola».

Corriere Economia ha messo in rassegna le società di Piazza Affari con oltre 1 miliardo di capitalizzazione, evidenziando quelle che appaiono più sensibili alla svalutazione del dollaro. I risultati mettono in evidenza un fatto importante: nella grande maggioranza dei casi la performance risulta ancora positiva a dimostrazione che il mercato non è preoccupato dell’impatto della svalutazione del biglietto verde sui bilanci. Per Saipem, ad esempio, il rialzo sfiora addirittura il 20%. Gli ultimi in ordine di tempo a promuovere il titolo sono stati gli analisti di Société Générale che hanno alzato il prezzo obiettivo a 0,52 euro da 0,42, portando a buy (comprare ndr ) la raccomandazione dal precedente hold (mantenere). Il gruppo ingegneristico specializzato in soluzioni per le major petrolifere ha chiuso il primo trimestre del 2016 con risultato operativo di 179 milioni (159 milioni nel primo trimestre del 2015 ndr ) e un risultato netto che è calato a 61 milioni. Questo non ha impedito al management di confermare le previsioni per il 2016. Più prudente Ubs che ha deciso di ritoccare il prezzo obiettivo a 0,44 euro da 0,40 mantenendo però il giudizio Neutral (neutrale ndr ). Dopo l’aggregazione Fca è arrivata a generare oltre il 60% del fatturato negli Stati Uniti.

Un impatto sul titolo è inevitabile anche se l’effetto sui margini è limitato dal momento che anche i costi sono espressi in dollari. Il mercato per ora sta alla finestra: in un mese il titolo ha guadagnato il 4% ma da inizio anno il rosso supera il 20%. JP Morgan ha confermato pochi giorni fa la raccomandazione neutral, ritoccando leggermente al rialzo il target a 9,20 euro da 9,0 euro. Novità positive arrivano, però, sul fronte interno. Il gruppo ha venduto in Italia 200.000 autovetture in aprile, in rialzo del 12,2% anno su anno. Complessivamente, il mese scorso, le immatricolazioni di autovetture sono state 687.000, +11,5% anno su anno.

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