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Residenza effettiva, sì alla rettifica

La permanenza all’estero per la maggior parte del periodo d’imposta non è sufficiente a considerare un contribuente non residente in Italia. Pertanto è valida la rettifica dei redditi effettuata dal Fisco. Il possesso di immobili e di auto, la residenza della moglie nel nostro Paese (tra l’altro in un fabbricato di proprietà del soggetto controllato) e la presidenza di un consiglio di amministrazione di una società italiana rappresentano, infatti, «sintomi di una residenza effettiva in Italia». È quanto afferma la sentenza 134/67/2013 della Ctr Lombardia, sezione staccata di Brescia.
La pronuncia conferma la decisione di primo grado che aveva giudicato corretto l’operato del l’agenzia delle Entrate. L’ufficio ha considerato residente in Italia il ricorrente, sebbene iscritto al l’Aire (Anagrafe degli italiani residenti all’estero), e ha applicato in fase di accertamento i parametri presuntivi di reddito (in base al vecchio redditometro) costituiti dalla disponibilità di automobili, immobili nonché dalla titolarità di contratti di assicurazione. L’amministrazione finanziaria ha ricalcolato, così, in oltre 118mila euro i redditi del contribuente a fronte di un importo dichiarato di poco superiore a 14.600 euro.
La difesa del contribuente ha contestato la presunzione degli accertatori in merito all’effettiva residenza in Italia ritenendo non rilevanti i dati probatori utilizzati dall’Agenzia. Nel tentativo di dimostrare di non essere residente in Italia, il diretto interessato ha sostenuto di possedere un’abitazione in Africa, in cui conviveva con una delle figlie, di essere iscritto regolarmente all’Aire nonché di trascorrere rilevanti periodi dell’anno nel territorio africano dove si era anche sposato. Inoltre ha sottolineato il fatto di avere un lavoro autonomo nello stesso Paese africano a favore di una società lì residente (e di cui risultava socia e amministratrice la figlia) era ritenuto prova della effettiva residenza all’estero. Inoltre la carica di presidente del Cda in una società con sede in Italia non poteva, a suo parere, collegarlo al territorio dello Stato in quanto rappresentava solo una mera carica onorifica.
Nell’accogliere le argomentazioni dell’ufficio, i giudici di secondo grado osservano che il ricorrente non aveva mai chiesto o ottenuto la residenza nel Paese estero «tanto da fruire di volta in volta di formali permessi di ingresso» nel Paese africano e non ritengono assolutamente decisivo il dato, fornito dallo stesso ricorrente, in merito ai giorni passati in Africa: si tratta, infatti, quella di trascorrere importanti periodi all’estero, di una realtà comune a quella di molti imprenditori e manager che «stanno in trasferta – si legge in sentenza – tutte le settimane dal lunedì al giovedì».
Neanche alla presenza della figlia in Africa è stato attribuito rilievo dato che il ricorrente aveva anche una figlia in Italia dove, soprattutto, vive la moglie dalla quale non è separato e a cui provvede sotto ogni aspetto dalle spese di gestione alle utenze dell’abitazione.
In merito all’effettiva residenza all’estero, la circolare 304/E/1997 ha chiarito che, pur avendo trasferito la propria residenza all’estero e svolgendo la propria attività fuori dal territorio nazionale, si debba considerare residente il soggetto che mantenga il «centro dei propri interessi familiari e sociali in Italia». Tra gli elementi concreti di prova, la circolare evidenzia l’importanza:
– dei legami familiari o comunque affettivi e l’attaccamento al l’Italia;
– dell’interesse a tenere o far rientrare in Italia i proventi conseguiti con le prestazioni effettuate al l’estero;
– dell’intenzione di abitare in Italia anche in futuro desumibile da fatti e atti concludenti ovvero da pubbliche dichiarazioni.

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