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Renzi negli Usa: «Dalla Ue soltanto parole»

Matteo Renzi esporta all’Onu lo scontro con l’Europa su migranti e investimenti per l’Africa. E interviene anche sugli attentati a Manhattan: «Non vedo un collegamento diretto. La minaccia terroristica è cambiata. Nei casi che abbiamo visto finora gli attentatori non sono arrivati con i barconi, ma viaggiando su comodi aerei. Dobbiamo sradicare la cultura della radicalizzazione, della morte. In Italia e in Europa bisogna lavorare sulle periferie e, soprattutto, nelle carceri».

Ieri a New York si è tenuto il vertice sull’immigrazione organizzato dal segretario delle Nazioni Unite Ban Ki-moon e oggi si apre l’Assemblea generale delle Nazioni Unite. La chiave di lettura di Renzi resta l’inerzia dell’Unione Europea. «Abbiamo aspettato per mesi. Ho sentito solo parole. Nel vertice di Bratislava, per altro, non c’erano neanche quelle. Ma non si risolve la questione dei populisti, vivendo giorno dopo giorno. L’Italia è in grado di muoversi da sola. E farà tutto quello che occorre».

Si scrive Europa, ma si legge Germania. Il presidente del Consiglio, parlando con i giornalisti, conferma il momento di contrapposizione con il governo tedesco. Dai flussi migratori al rigore economico. Il presidente della Bundesbank, Jeff Weidmann, ha dichiarato che l’Italia dovrebbe fare di più sui conti pubblici, perché ha già ottenuto un’applicazione flessibile delle regole. Renzi risponde così: «Il governo italiano rispetta le regole del patto di Stabilità non perché ce lo chieda un banchiere tedesco, ma per un dovere verso i nostri figli. Nel patto sono previste delle eccezioni e le spese per il terremoto rientrano tra queste. A Weidmann mando un abbraccio affettuoso per l’ingrato lavoro che ha davanti: affrontare il problema delle banche tedesche che hanno in carico centinaia e centinaia di miliardi. E questa è un’insidia anche per l’Europa. Inoltre c’è il surplus commerciale tedesco, particolarmente elevato, e che ormai costituisce un elemento di preoccupazione per la stabilità dell’eurozona».

Il premier tiene insieme il versante interno e quello esterno. Sottolinea, replicando alle sollecitazioni «a fare di più» del sindaco di Milano, Giuseppe Sala, che «solo il 10 per cento dei comuni italiani è coinvolto nell’accoglienza dei profughi». Poi si dissocia dalle previsioni allarmistiche dell’inviato Onu per la Libia, Martin Kobler: 235 mila persone pronte a salpare verso l’Italia dal Paese nordafricano. «Pieno rispetto, ma non so su quali elementi concreti si basino questi dati. I nostri sono decisamente diversi».

L’Italia, dice Renzi, «non sta vivendo una fase d’emergenza. Quest’anno gli arrivi sono in linea con quelli del 2015. Stiamo parlando di 150-160 mila persone. E qui, nell’Assemblea dell’Onu, si prova quasi vergogna a pronunciare questi numeri, se si pensa al Libano che ospita un milione di rifugiati o alla Giordania, piccolo Paese con un grande cuore. Quello di cui abbiamo bisogno è un progetto che guardi agli anni a venire. Questo è il senso del “migration compact”, cioè degli investimenti nei Paesi africani per aiutarli a casa loro».

Ma l’Unione Europea non ha appena approvato un piano del genere, messo a punto dall’Alto rappresentate dell’Unione Federica Mogherini? L’idea è di attivare con 4 miliardi di garanzia un volume di investimenti vicini a 44 miliardi di euro. «È un passo in avanti — commenta Renzi —. Il problema è che finora non abbiamo visto dei fatti».

All’ora di pranzo il primo ministro italiano ha partecipato a una conversazione della «Clinton Global Initiative» con, tra gli altri, il presidente argentino Carlo Macri. Moderatore l’ex presidente Bill Clinton. Renzi ha promosso l’opera del suo governo, come un «fattore di cambiamento per l’Italia e per l’Europa». «Non possiamo essere solo un museo, dobbiamo guardare al futuro».

Poi ha chiuso con una battuta: «Caro presidente, mia moglie Agnese l’aspetta al G7 che faremo in Sicilia il prossimo anno come “first husband”». Bill ha liberato una risata, anche scaramantica.

Giuseppe Sarcina

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