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Renzi litiga con Barroso e punta su Juncker Moody’s ci incoraggia “Bene le vostre riforme”

Nel chiuso della sala riunioni del Lussemburgo i ministri delle finanze cantano: «Happy birthday to you, happy birthday to Jyrki, happy birthday to you!». Il compleanno è del commissario agli Affari economici Jyrki Katainen. Il neo 43enne finlandese ha in mano il futuro delle leggi di stabilità dei paesi della zona euro. E con esso le sorti politiche di molti governi del Vecchio Continente. Ma anche lui, descritto come super falco, ora deve mediare. Si trova stretto nella morsa, nel dissidio tra il suo attuale presidente, Josè Manuel Barroso, e quello futuro, Jean Claude Juncker.

Ne sa qualcosa il premier italiano Matteo Renzi, che ieri li ha sentiti entrambi al telefono. Due telefonate molto diverse tra loro. Quella con Barroso è stata burrascosa. Il presidente uscente della Commissione, vociferavano ieri i ministri dell’Ecofin riuniti nel Granducato, ha preannunciato una sonora bocciatura della finanziaria italiana. Chiede che la manovra da 30 miliardi – quasi tutti per lo sviluppo – che verrà approvata oggi dal consiglio dei ministri incorpori otto miliardi di risanamento. Un taglio del deficit strutturale pari allo 0,5%. Una richiesta inaccettabile per Renzi, che giudica un intervento così rigorista una mazzata per l’economia italiana. E c’è chi maligna che il pugno di ferro del portoghese si spieghi con le sue ambizioni di rentrée nella vita politica di Lisbona, dove nessuno dopo i sacrifici imposti dalla troika vuole fare sconti agli altri, tantomeno ai big dell’eurozona. In quei minuti però Katainen, suo attuale commissario e futuro vicepresidente di Juncker – nel chiuso dell’Ecofin dava a Padoan indicazioni discordanti: nel nome della flessibilità mi accontento di una correzione del deficit 2015 dello 0,25%, 4 miliardi, 2,5 contando gli 1,5 già previsti nella manovra. Una distonia che generava confusione tra Palazzo Chigi e il Tesoro. Ma poi la telefonata tra Renzi e Juncker ha chiarito le idee a tutti. L’ex premier lussemburghese ha fatto al capo del governo italiano un discorso che, traducendo dalle sfumature diplomatiche, si può brutalmente riassumere così. La Commissione guidata da Juncker dovrebbe entrare in carica il primo novembre. Il primo giudizio della Legge di stabilità che sarà approvata oggi dal governo e quindi notificata a Bruxelles arriverà il 29 ottobre a firma di Barroso. E Juncker non ha usato giri di parole con Renzi: Barroso – ha vaticinato – tra 15 giorni ti boccerà la finanziaria, ma se a inizio novembre entro in carica io userò tutta le flessibilità prevista. Juncker non ha fatto cifre, ma è intuibile che il numeretto magico è quel quarto di punto di correzione lanciato riservatamente da Katainen, già in sintonia col suo futuro capo che da mesi promette flessibilità. In cambio però Juncker ha bisogno un aiutino da parte del governo italiano. Già, perché il 22 ottobre il Parlamento europeo deve votare la fiducia al nuovo esecutivo comunitario e i socialisti vogliono un robusto rimpasto per dare il via libera alla squadra di Juncker. Il che farebbe slittare il voto di un mese. Dunque, è la richiesta implicita, Renzi dovrebbe fare pressione sul presidente dell’Assemblea di Strasburgo, Martin Schulz, affinché acceleri i tempi e in cambio entrando in carica a novembre ammorbidirebbe le richieste sui conti italiani. Altrimenti gestirebbe tutto Barroso, e sarebbero guai.
Sono questi fatti che hanno portato Renzi a decidere la linea dura. Il premier è rimasto tutto il giorno in contatto con Padoan, con una telefonata e numerosi sms che correvano tra Roma e il Lussemburgo. E così alla fine dell’Ecofin Padoan ha annunciato che «la correzione del deficit strutturale nella legge di stabilità per il 2015 resta dello 0,1%, sono fiducioso, le nostre relazioni con la Ue sono costruttive, usiamo la flessibilità nelle regole». Dunque la strategia italiana è semplice: non cambiare la manovra, destinare solo 1,5 miliardi, come previsto, al risanamento del deficit 2015. Si dà per scontata la bocciatura da parte di Bruxelles il 29 ottobre con le conseguenti richieste, non vincolanti, di cambiare il testo prima del via libera del Parlamento. E poi aspettare Juncker, che se non darà un via libera tout court, al massimo chiederà di intervenire appunto fino allo 0,25%, ovvero di altri 2,5 miliardi che non a caso, usando un’espressione del ministro Poletti, Renzi ha deciso di tenere in cassa come «cuscinetto» per chiudere la partita con la Ue.
La posta in gioco è alta. L’Italia nel 2014 e nel 2015 resterà di un pelo sotto il 3% del deficit nominale, ma deve tagliare quello strutturale (depurato dal ciclo economico e dalle una tantum) per abbattere il debito pubblico, come prescritto dal Fiscal Compact. Impegno che Roma ritiene di non poter assolvere visto l’inaspettato calo del Pil nel 2014 e i costi delle riforme. Ma questa decisione potrebbe costare all’Italia una procedura per debito eccessivo, praticamente un commissariamento che per anni legherebbe le mani alla politica economica di Renzi. E la tensione è alta, come dimostrava ieri una Reuters, poi smentita da Katainen, che parlava di una sonora bocciatura in arrivo con richiesta di correzione monstre da 11 miliardi. E Renzi che pubblicamente contrattacava affermando che «il prossimo G20 in Australia sarà focalizzato sulla crescita: tutto il mondo, tranne qualcuno in Europa, capisce che la priorità è la ripresa».
Intanto un incoraggiamento al governo è arrivato da Moody’s, che al contrario di quanto temevano in molti a Roma non ha tagliato il rating italiano, lasciando l’outlook stabile a Baa2. Moody’s ha confermato le previsioni del governo di un calo del Pil dello 0,3% nel 2014 e una ripresina dello 0,5% nel 2015. L’agenzia ha sottolineato che i sacrifici degli ultimi anni hanno prodotto un «significativo » avanzo primario, «una solida posizione di bilancio che aiuta il Paese ad avere favorevoli costi di finanziamento, con più tempo per attuare riforme a favore della crescita». Bene anche il Jobs Act, definito una «iniziativa significativa» che rende il mercato del lavoro in «più flessibile». E a pesare positivamente vengono anche citati «gli accelerati» sforzi di riformare il Paese.
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