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Renzi: l’Italia si muove, debito giù

Non è su un decimale in più o in meno di variazione del prodotto interno lordo che il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, intende fissare l’attenzione del suo partito e degli alleati di Governo. Perchè dopo tre anni tutti in territorio negativo la svolta congiunturale comunque è sotto gli occhi. «L’economia finalmente si rimette in moto. Le cose finalmente iniziano a marciare» e «dopo tre anni finalmente il Pil quest’anno sarà positivo e meglio delle previsioni di inizio anno» ha scritto ieri il premier e segretario Pd in una lettera agli iscritti Dem.
Un testo, appunto, che va oltre il pendolo tra lo 0,8% e lo 0,9%, un’oscillazione che domani con la Nota di previsione dell’Istat sull’economia nazionale riceverà una nuova spinta. «Giusto qualche dato ufficiale – scrive Renzi ai suoi – a ottobre del 2014 la disoccupazione era al 13%, oggi è scesa all’11,5 per cento. Ci sono più di trecentomila italiani in più al lavoro da quando il Governo ha imboccato la strada del Jobs Act. I mutui crescono (i contratti stabili, finalmente!), la fiducia di consumatori e investitori è ai massimi da vent’anni a questa parte» e il Pil, appunto, torna positivo. Ma per Matteo Renzi ancora non basta: «Vogliamo fare di più. Ecco perché quest’anno in legge di stabilità ci sono molti provvedimenti interessanti: dall’abolizione delle tasse sulla prima casa fino alla prima misura organica di contrasto alla povertà. Dall’investimento sui ricercatori fino ai superammortamenti per le aziende. Dalle misure a sostegno dell’agricoltura fino agli interventi per Bagnoli, per Terra dei Fuochi, per l’Ilva, per le zone strategiche del Sud. Erano anni che non si vedeva una legge di stabilità così piena di buone notizie. E la notizia migliore di tutte, secondo me, è che il debito dal 2016 finalmente inizia a scendere: lo dobbiamo ai nostri figli, ai nostri nipoti».
L’idea di fondo, che qualcuno nell’esecutivo racconta utilizzando la vecchia etichetta “keynesiana”, è quella di sostenere il più possibile la domanda aggregata (la manovra dovrebbe avere un effetto espansivo dello 0,3%). E farlo partendo dal presupposto che anche la spinta psicologica è fondamentale per i consumi e la spesa, cui dovrebbe seguire una netta ripresa anche degli investimenti. Ma in un clima di paura e incertezza le misure programmate, che stanno peraltro costando al governo una serrata trattativa con l’Ue per ottenere le deroghe sulla flessibilità, potrebbero non bastare. Non solo per centrare l’obiettivo di crescita dell’1,6% l’anno venturo ma soprattutto quello di riduzione del debito – la prima volta in 8 anni – e di calo del deficit. Le previsioni sono per un calo del debito pubblico dal 132,8 di quest’anno al 131,4 dell’anno venturo, su una curva destinata ulteriormente a piegarsi negli anni ’17 e ’18 fino a toccare il 119,8% del Pil nel 2019.
La “regola del debito” va rispettata, tanto più in un contesto macroeconomico non più recessivo anche se ora è la deflazione a rendere difficile il percorso. Il dialogo con l’Ue si regge tutto su quei numeri e ritoccarli, anche di poco, rischia di portare a reimpostare anche la discussione con Bruxelles. Il governo ha del resto già in qualche modo ridimensionato le risorse in deficit da utilizzare nel 2016, visto che i 3,3 miliardi della “clausola migranti” si sono trasformati in 2 miliardi per la sicurezza e la cultura. Se quelli dovessero rimanere il deficit, a stime di crescita invariate, si attesterebbe attorno al 2,3%. Mentre se si dovessero rivedere le previsioni al ribasso di un decimo di punto rispetto all’attuale +1,6%, l’indebitamento salirebbe automaticamente al 2,4% richiesto e sul quale la Commissione dirà la sua solo in primavera.
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