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Renzi: in busta 100 euro di Tfr al mese

I sindacati: «Sulla riforma del lavoro la gente è con me, non con i sindacati. Tutto deve cambiare in Italia e cambieremo. Il sindacato sciopera? Legittimo. Ho grande rispetto per i sindacati: ma dov’erano negli anni in cui si creava il precariato e i diritti dei ragazzi venivano cancellati? Tornano in piazza ora? Bene! Viva! Che bello! Io nel frattempo non mollo. Quando la Cgil sarà in piazza, mi sembra che hanno detto il 25, noi saremo a fare la Leopolda. Ci hanno anche risolto il problema di chi ci fa la manifestazione contro». La vecchia guardia del Pd impersonata dall’ex premier Massimo D’Alema: «Se non ci fosse bisognerebbe inventarlo, tutte le volte che parla guadagno un punto nei sondaggi. Se quando al governo c’era D’Alema avessimo fatto la riforma del lavoro come hanno fatto in Germania o nel Regno Unito ora non saremmo a fare questa discussione».
Matteo Renzi cammina sicuro per Roma tra la sede del Pd, dove in mattinata si è riunita la segreteria per il punto dopo il voto della direzione in favore del Jobs act, e Palazzo Chigi, dove in serata si è riunito il Consiglio dei ministri per la nota di aggiornamento del Def. In mezzo le interviste al Washington Post e a Ballarò. Il premier considera una vittoria la votazione di martedì in direzione, con la minoranza divisa tra gli 11 astenuti (i giovani) e i 20 contrari (la vecchia guardia). E si dice fiducioso sul voto del Senato previsto per la prossima settimana: «Non ci saranno franchi tiratori». Intanto si porta avanti, il premier, e in tv parla di quella che si appresta ad essere la misura forte della prossima Legge di stabilità, il Tfr in busta paga mensilmente a partire da gennaio 2015: «Il Tfr così com’è c’è praticamente solo in Italia, ma la preoccupazione è che se diamo il Tfr subito in busta paga ci sia un problema di liquidità per le piccole imprese, le grandi ce la fanno. Stiamo ragionando sul fatto che l’Abi possa dare i soldi che arrivano dall’Europa, quelli che chiamiamo i soldi di Draghi, esattamente alle piccole imprese per garantire liquidità: questo garantirebbe ai lavoratori di avere un po’ di soldi da spendere. Con il Tfr in busta paga uno che guadagna 1.300 euro ha un altro centinaio d’euro al mese, che uniti agli 80 euro del bonus comincia a fare una bella dote».
Ma prima di arrivare al Tfr c’è da scavallare il voto del Senato e possibilmente entro l’8 ottobre, quando a Milano ci sarà il vertice Ue sul lavoro. Il testo del Jobs act già approvato in Senato sarebbe un segnale importante all’indirizzo di Bruxelles anche in vista del varo di una Legge di stabilità che Renzi vuole tutt’altro che “recessiva”. Ieri la riunione dei senatori del Pd non si è conclusa con un voto – ha spiegato il capogruppo Luigi Zanda – in attesa di un emendamento del governo che recepisca le aperture fatte in direzione sul mantenimento della reintegra anche per alcune tipologie di licenziamenti disciplinari oltre che per i discriminatori. L’emendamento Taddei, insomma. Ora l’obiettivo è recuperare ogni singolo senatore della minoranza (sono 37 quelli che hanno firmato gli emendamenti “antirenziani”, e in Senato la maggioranza ha un margine di soli 7 voti). Ma resta il fatto che la fiducia al Senato sul Jobs act è ormai considerata negli ambienti di governo un passaggio obbligato. E porre la fiducia obbligherebbe anche i più battaglieri della minoranza ad allinearsi. Anche per questo, oltre al fatto che il Nuovo centrodestra non gradisce (per usare un eufemismo) cambiamenti al testo della delega, l’emendamento Taddei alla fine potrebbe anche non esserci. Saranno poi i decreti legislativi a recepire gli accordi politici.

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