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Renzi frena: l’articolo 18 non è una priorità

I racconti del dopo-segreteria Pd parlano di un Matteo Renzi molto preoccupato dell’effetto mediatico (negativo) sull’articolo 18 che in questi giorni viene accreditato come uno dei punti della riforma del lavoro che verrà presentata dal neo-leader. Sembra che lui abbia raccomandato ai suoi, e in particolare a Filippo Taddei e Marianna Madia che se ne stanno occupando, di non battere il tasto dei licenziamenti ma di raccontare il job act che verrà in termini di semplificazione e opportunità più che di azzeramento di tutele. La preoccupazione di Renzi non sembra essere tanto l’opposizione dentro al Pd, visto che l’area più di sinistra è stata sconfitta con nettezza alle primarie, ma piuttosto l’effetto che fa fuori dal partito, tra la gente e nei Tg. E infatti dopo aver fatto trapelare la frase che «l’articolo 18 non è una priorità», va al Tg4 a spiegare la sua versione.
Che sta a metà tra l’innovazione e la conservazione, tra il “sì” a nuove forme di tutela come il contratto unico di Ichino e il “no” a farne una bandiera ideologica; il sì a battagliare con la Cgil se necessario ma senza sporgersi troppo verso gli industriali. Una via di mezzo, insomma. «L’articolo 18 è un grande totem ideologico attorno al quale danzano i soliti addetti ai lavori. In 20 anni i lavoratori sono stati divisi tra i “garantiti e non” ma deve finire: bisogna dare garanzie a tutti cambiando le regole del gioco e incentivando le aziende a investire». Uno schema che sembra ricalcare quello del contratto a tempo indeterminato unico per tutti ma con garanzie crescenti con il passare del tempo fino a inglobarle tutte, inclusa la protezione dell’articolo 18.
La battaglia, se Renzi vorrà farla davvero, si giocherà sul piano mediatico e questa volta la Cgil dovrebbe diventare – a differenza che in passato – proprio il “totem” da sconfiggere più che da venerare. «Il Pd – ha detto ieri il leader – non è la Cgil. Se per cambiare l’Italia dobbiamo litigare con il sindacato, litighiamo anche con il sindacato». Il terreno resta pericoloso ed è per questo che Renzi ha chiesto ai suoi di frenare e di lasciare a lui campo esclusivo nel parlare del job act. Per il momento ci sono solo tracce fumose: «Il piano guarderà molto a quello che accade in Germania».
In ogni caso la raccomandazione di Renzi ai suoi di tenersi lontani dall’art.18 deve aver funzionato visto che ieri Marianna Madia non poteva rispondere ad alcuni chiarimenti e Filippo Taddei rinviava alla dichiarazione di Renzi. È chiaro che il tema è scottante soprattutto per chi non ha quella esperienza che deriva dall’aver vissuto gli anni di fuoco della battaglia sull’articolo 18: in particolare nel 2002 dove lo scontro tra Cgil e Ds fu duro ma, soprattutto, il clima nel Paese divenne pesantissimo dopo l’uccisione da parte delle Br di Marco Biagi. Dunque, è anche per questo che ci si è affidati alle mani sapienti di Enrico Morando che ha dato un contributo anche alla campagna delle primarie dello scorso anno. «Le ipotesi di cui abbiamo sempre parlato sono quelle che rimandano al contratto unico su cui lavorò Ichino: dunque, non più tanti contratti ma uno solo, a tempo indeterminato e con garanzie che si rafforzano con il passare del tempo».
È chiaro che questo aprirebbe un fronte nel Pd come già si vedeva dalle parole di Cesare Damiano che ieri si sentiva rassicurato dal colpo di freno di Renzi: «Tanto rumore per nulla». A voler provare un’intesa invece è Maurizio Sacconi, alleato del Pd di Renzi (e, chi l’avrebbe mai detto, anche di Damiano) che mette giù una proposta: «Avanziamo tre ipotesi: cambiare la legge Fornero sulle tipologie contrattuali correggendo anche l’art. 18; irrobustire gli strumenti per il reimpiego come la dote da spendere presso i servizi di formazione e collocamento; detassare più sensibilmente il salario di produttività deciso dagli accordi aziendali o territoriali. Renzi avrà modo di dimostrare se vuole o meno porsi in discontinuità rispetto ai tradizionali veti ideologici di sinistra». È appunto questo il banco di prova del neo-leader.

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