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Rendimenti in rialzo sui titoli di Stato

Volatilità: è la parola d’ordine in questa fase sui mercati finanziari. C’è anche un indice, che la sintetizza, il Vix, che nella seduta di ieri è balzato del 7% confermando il quadro attuale di riferimento. Oltre alla volatilità nel copione del film finanziario del momento c’è anche la fase di storno sui titoli obbligazionari. Il Bund tedesco a 10 anni è tornato allo 0,7% (rispetto allo 0,6% della vigilia). E pensare che il 17 aprile aveva toccato il fondo, il minimo storico allo 0,049%. Da allora in termini percentuali il tasso del decennale tedesco si è impennato del 1.328% spingendo in rialzo anche gli indici Irs a cui sono agganciate le stipule dei mutui a tasso fisso, che a questo punto si fanno via via più cari rispetto ai mutui variabili. Le vendite sul mercato obbligazionario hanno colpito anche la periferia dell’Eurozona. Il rendimento del BTp a 10 anni è salito di nove punti base all’1,85%. Il rialzo dei tassi sui mercati è globale e coinvolge anche gli Stati Uniti dove i Treasury a 10 anni si sono riportati al 2,3%, quattro punti base in più della vigilia, sui livelli di novembre 2014. In questo clima l’asta di BoT a 12 mesi del Tesoro (collocata l’intero importo previsto di 6,5 miliardi) ha visto uno scatto del rendimento: 0,027% rispetto allo 0,013% battuto il mese scorso che rappresenta il minimo storico sul mercato primario per questa scadenza. In rialzo anche i Bonos spagnoli: Madrid ha collocato titoli di Stato a 12 mesi con il rendimento medio in rialzo allo 0,015% dallo 0,006% dell’asta di aprile. Invariato il tasso del semestrale che resta negativo a -0,002%. Assegnati in tutto titoli per 5,2 miliardi di euro.
Lo spread Spagna-Germania si mantiene a 183 punti, un punto in meno del differenziale a 10 anni tra BTp e Bund. A questo punto non è chiaro fino a quando questa fase di vendita dei titoli di Stato possa proseguire. Anche perché gli esperti non hanno chiaro il quadro di fondo. La verità è che la massiccia svendita ha disorientato investitori e analisti dalla fine di aprile. I trader l’attribuiscono a un aumento nell’attesa sull’inflazione, ai maggiori prezzi petroliferi e alla restrizione della liquidità nel settore, ma il quadro non è ancora chiaro.
Così come non è chiaro come si muoverà il cambio euro/dollaro, altro grande driver del mercato in questa fase (insieme al petrolio che ieri è salito dell’1%). È stato proprio il nuovo apprezzamento dell’euro nella seduta di ieri (balzato fino a 1,1277 dollari rispetto alla quota di 1,116 di partenza) ad alimentare le vendite sui mercati azionari europei, particolarmente sensibili in questa fase al balletto delle valute. Non a caso l’indice che ingloba le società più orientate all’export d’Europa (quello tedesco con la Germania che da anni genera un surplus delle partite correnti superiore al 6% del Pil) è quello che ne ha risentito di più. Il Dax 30 è arrivato a perdere nel corso della seduta quasi il 3%, per poi limare il calo all’1,72%. Piazza Affari ha ridotto le perdite (dopo quattro rialzi) allo 0,93%, nel giorno in cui Moody’s ha rivisto al rialzo le prospettive di crescita del Paese. Difficile spiegare l’attuale fase di nervosismo dei mercati alle incertezze che arrivano dalla Grecia. È vero che da Atene il quadro è ancora fosco (ha rimborsato i 750 milioni di euro al Fondo monetario internazionale ma i soldi che hanno evitato il default sarebbero stati prelevati da una provvista fornita ad Atene dallo stesso Fondo Monetario Internazionale) ma è anche vero che ieri la Borsa di Atene ha chiuso in rialzo dell’1,48%. Nello stesso giorno in cui gli investitori vendevano Bund, ovvero il titolo più sicuro dell’Eurozona. Leggendo al contrario questi dati emerge che i mercati non hanno paura del destino della Grecia. Semmai le notizie che arrivano da Atene vengono spesso utilizzate come capro espiatorio per stornare dai massimi di periodo.

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