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Reintegro sui licenziamenti disciplinari Ma per evitare intoppi vince la vaghezza

La formulazione è vaga, perché il Jobs act è un disegno di legge delega e quindi fissa solo i principi generali che saranno poi dettagliati dalle norme attuative. Per questo l’emendamento del governo approvato ieri può essere sbandierato come una vittoria sia dalla sinistra del Pd sia dai centristi di Ncd. Ma, anche se non ci sono sorprese, il testo arrivato ieri nella commissione Lavoro di Montecitorio cambia radicalmente le regole sui licenziamenti per le nuove assunzioni.
Il reintegro nel posto di lavoro resta per i licenziamenti nulli e discriminatori, cioè quelli basati sul credo politico o religioso. Viene cancellato per i licenziamenti economici, legati all’andamento dell’azienda, per i quali ci sarà solo un «indennizzo economico certo e crescente con l’anzianità di servizio». Mentre resta per «specifiche fattispecie di licenziamento disciplinare ingiustificato». I casi concreti verranno indicati nel primo decreto attuativo del Jobs act, quello sul contratto unico a tutele crescenti che il governo vuole emanare il giorno stesso dell’entrata in vigore della delega, cancellando per di più i 15 giorni di vacatio legis che di solito passano tra la pubblicazione in Gazzetta ufficiale e l’entrata in vigore.
Fin qui la vittoria è della sinistra pd, perché nel testo uscito dal Senato non c’era un riferimento esplicito all’articolo 18 e questa omissione avrebbe consentito al governo di avere mano libera nella stesura della norma di dettaglio. Ma è proprio qui, nei decreti attuativi, che il governo «risarcirà» Ncd. L’idea di partenza è che il licenziamento disciplinare possa portare al reintegro solo in un caso: quando l’azienda manda via il lavoratore accusandolo di un reato che in giudizio si rivela falso.
Dal punto di vista tecnico, tuttavia, la cosa sembra più complessa del previsto. Per questo resta in piedi il «piano B» e cioè la possibilità che, anche in caso di reintegro disposto dal giudice, l’azienda possa optare per il risarcimento. Anche se a quel punto dovrebbe pagare una somma ancora più alta. C’è però un altro passaggio nell’emendamento arrivato ieri che risponde al gioco del bilancino politico e cambia le regole. Sempre nel linguaggio generico di una legge delega, dice che le norme attuative dovranno «prevedere tempi certi per l’impugnazione del licenziamento». Già oggi i tempi sono certi, l’impugnazione può arrivare al massimo entro 60 giorni. L’ipotesi più semplice è che il termine venga accorciato e portato a 30 giorni. Ma allo studio c’è anche una procedura espressa che potrebbe mettere il lavoratore davanti ad un bivio: trovare subito una conciliazione con l’azienda oppure rinunciare all’impugnazione.
Forse oscurato dalla battaglia sull’articolo 18, c’è stato un altro punto di equilibrio raggiunto ieri. Anche questo piuttosto ambiguo, almeno per ora. Sui controlli a distanza fatti dall’azienda sui dipendenti, la sinistra pd chiedeva che non toccassero direttamente il lavoratore. Il nuovo emendamento dice che riguarderanno gli «impianti e gli strumenti di lavoro». Ma anche qui tutto dipende dai decreti che arriveranno nelle prossime settimane: se anche telefonino, tablet e computer rientreranno (come probabile) nella categoria degli strumenti di lavoro, la sostanza non cambierà di molto.

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