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Rehn: rispettare l’impegno del 3%

Sempre molto preoccupato dalla volatilità politica italiana, l’establishment europeo ha richiamato ieri all’ordine la classe politica in Italia, ricordandole gli impegni presi negli anni a mantenere sotto controllo le finanze pubbliche. Sulla possibilità di utilizzare, fin dal 2014, la clausola che permetterebbe al paese di detrarre gli investimenti pubblici dal calcolo del disavanzo, i segnali provenienti da Bruxelles sono, almeno per ora, di chiusura.
«L’Italia è un paese profondamente europeo. Sono fiducioso che il paese rimarrà impegnato a rispettare i Trattati europei, e tra questi anche il patto di stabilità e di crescita», ha detto ieri sera il commissario agli affari economici Olli Rehn alla richiesta di commentare recenti prese di posizione del nuovo premier in pectore Matteo Renzi. Quest’ultimo in varie occasioni ha proposto di rivedere la regola di un deficit pubblico limitato al 3,0% del prodotto interno lordo.
«Sappiamo tutti che l’Italia ha un elevato debito pubblico – ha aggiunto Rehn –. Creare nuovo debito non mi sembra che stia consentendo al paese di migliorare la propria competitività. Ecco perché è nell’interesse dell’Italia stabilizzare e poi ridurre il proprio debito pubblico». Con l’occasione anche il presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem ha ricordato che «la stabilità politica è importante», augurandosi «che il nuovo governo si insedi al più presto».
Ieri sera, Rehn ha incontrato qui a Bruxelles il ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni, con cui ha fatto il punto della situazione. Nel loro incontro, per parte italiana è stato ribadito il lavoro effettuato in questi mesi per sostenere l’economia, garantendo la stabilizzazione dei conti pubblici. La delegazione italiana si è detta fiduciosa di poter raggiungere i suoi obiettivi di bilancio e di crescita per il 2014, anche se sono più ottimisti delle stime che l’esecutivo comunitario pubblicò in autunno.
A livello tecnico, l’impressione qui a Bruxelles è che la Commissione non possa concedere all’Italia, almeno non per ora, di detrarre gli investimenti dal deficit pubblico. Mancano provvedimenti legislativi per quanto riguarda i tagli alla spesa pubblica, richiesti a suo tempo dall’esecutivo comunitario per rimettere in carreggiata il debito. Più in generale, quali garanzie vi sono che le promesse oggi di Saccomanni verranno confermate domani dal suo successore? Questo aspetto non è affatto banale.
L’Italia si appresta ad avere un quarto governo in poco più di due anni. Il paese, e la sua classe politica, non possono pensare che l’instabilità italiana – e il passaggio da Bruxelles di ministri sempre diversi dai predecessori – non influenzi l’analisi delle istituzioni comunitarie, tenendo presente che nello stesso Consiglio vi sono parecchi paesi membri che guardano con grande prudenza alla clausola degli investimenti, approvata dall’Ecofin nel giugno scorso.
In questo senso, il messaggio giunto da Bruxelles va ben oltre l’uso o meno della clausola sugli investimenti. «L’Italia non può continuare a ragionare in termini astratti – spiegava ieri un esponente bruxellese –. Deve presentare un piano credibile di misure per modernizzare la propria economia. Poi, se questo programma si rivela convincente ed è applicato, il paese potrà eventualmente avere margini sul fronte del bilancio, magari in un quadro retto da un accordo contrattuale con le istituzioni comunitarie».

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