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Regole Ue sulla sostenibilità: imprese europee in linea per meno dell’1% dei ricavi

La normativa europea sulla sostenibilità incalza. Il regolamento sulla cosiddetta Tassonomia (cioè il pilastro fondamentale su cui poggia il piano d’azione di Bruxelles sulla finanza sostenibile) in parte è già in vigore e in parte estenderà il suo raggio d’azione nel futuro prossimo. Ma il mondo delle imprese sembra ancora molto indietro: secondo le stime fornite al Sole 24 Ore dall’Acepi (Associazione Italiana Certificati e Prodotti di Investimento), per le società europee inserite negli indici Stoxx 50 (Europa), Cac 40 (Francia) e Dax 30 (Germania) solo al 30% del fatturato complessivo sarebbe potenzialmente in linea con il Regolamento europeo sulla Tassonomia. E di questo 30%, meno dell’1% rispetta in pieno la normativa già oggi. L’1% del 30%: di strada da fare ce n’è tanta. Anche perché mentre le aziende tergiversano, il mondo della finanza (e soprattutto le varie associazioni di categoria) si sta muovendo per elaborare linee guida precise su come investire nel rispetto della sostenibilità. Il rischio, insomma, è che la finanza arrivi prima dell’industria: questo rischia di ridurre il potenziale afflusso di capitali per le imprese non in linea con la normativa.

Facciamo un passo indietro. Il regolamento della Tassonomia prevede che le varie attività economiche vengano classificate con un linguaggio comune in base al loro contributo effettivo al conseguimento degli obiettivi ambientali europei. Per dirla con parole semplici: ci saranno criteri uguali per tutti (e molto precisi) per calcolare l’impatto sull’ambiente di ogni singola attività delle aziende. E in base a questo linguaggio si muoveranno gli investitori. Un esempio aiuta a chiarire. Supponiamo che il 30% del fatturato di una casa automobilistica derivi dalla vendita di auto elettriche: questo 30% di ricavi sarebbe teoricamente in linea con il Regolamento sulla Tassonomia. Ma se per produrre quelle auto elettriche la società, ad esempio, non rispettasse i diritti dei lavoratori o gli altri requisiti europei di sostenibilità, allora quella quota di fatturato non sarebbe davvero in linea con il Regolamento. Ebbene: questa è esattamente la situazione in cui si trovano oggi molte grandi società. Il 30% del loro fatturato sarebbe potenzialmente in linea, ma meno dell’1% lo è davvero già oggi.

«Questo è un problema per le aziende, ma anche per gli investitori e per le banche in cerca di titoli su cui investire» – osserva Dario Savoia, Segretario Generale dell’Acepi. «Le banche devono adeguare il design e l’offerta di prodotti coniugando gli obiettivi di rendimento con i “fattori di sostenibilità” degli investimenti raccomandati ai clienti. Si tratta di definire se, e in che misura, gli investimenti siano conformi alla Tassonomia tenendo conto dei costi e degli svantaggi che le aziende producono sull’ambiente o sulla società». Le banche verranno a loro volta sempre più giudicate dai clienti (anche retail) in base alla sostenibilità dei loro attivi in bilancio (finanziamenti e investimenti), misurata con il «Green Asset Ratio» (Gar): un coefficiente che si calcola mettendo al denominatore le attività totali e al numeratore solo gli asset allineati alla normativa sulla sostenibilità. Secondo le prime stime dell’Eba dell’indice Gar, gli attivi green delle banche europee ad oggi sono pari solo al 7,9% del totale. La pressione ad aumentare gli investimenti sostenibili arriva dunque prima dalla normativa ma poi arriverà dal mercato stesso.

La strada è segnata e i lavori sono in corso. Dopo che l’Ue ha varato il Regolamento sulla Tassonomia, le varie associazioni di categoria del mondo finanziario si sono messe al lavoro per tradurre i principi-quadro in criteri ben precisi. Il Regolamento offre infatti solo i criteri generali, per cui l’industria finanziaria europea si sta coordinando per stabilire i criteri interpretativi e gli standard omogenei. E dato che questi principi valgono per tutto il mondo finanziario, inclusi i certificates, anche l’Acepi (che rappresenta in Italia l’industria dei certificati, che sono veri e propri prodotti d’investimento offerti ai risparmiatori) si sta muovendo. «Siamo al lavoro con le altre associazioni di settore per definire gli standard sui prodotti validi per emittenti e distributori, in modo da essere pronti per gennaio 2022 quando entrerà in vigore la modifica della Direttiva Mifid 2 e alla clientela verrà chiesto esplicitamente quanta sostenibilità vuole nei suoi investimenti», spiega Savoia. «Saremo pronti con i criteri dopo l’estate, in autunno», prevede Giovanna Zanotti, Direttore Scientifico dell’Acepi. A quel punto anche Borsa italiana darà specifica evidenza ai certificati con caratteristiche di sostenibilità.

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