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Regno Unito sempre più diviso tra Brexit e nuovo referendum

La Gran Bretagna è più divisa che mai. I risultati delle elezioni europee hanno aggravato il problema di Brexit, rivelando la profonda spaccatura tra chi vuole uscire dall’Unione Europea anche senza un accordo e chi invece vuole restare. La polarizzazione della politica si è accentuata e gli elettori hanno abbandonato a milioni i due maggiori partiti per votare per chi, sui due fronti opposti, aveva un messaggio chiaro sull’Europa.

I conservatori sono crollati al 9%, relegati a quinto partito, mentre i laburisti sono scesi al 14% in terza posizione. Il panorama politico britannico è irriconoscibile rispetto alle elezioni del 2017, quando Tories e Labour avevano dominato, raccogliendo insieme l’80% dei voti.

Il Brexit Party è stato il grande vincitore delle elezioni europee, conquistando il 31,6% dei voti e 29 europarlamentari. Nigel Farage, che lo ha fondato sei settimane fa apposta per conquistare il voto di protesta, è riuscito a migliorare la performance del 2014. Allora era il leader di Ukip e il successo del partito eurofobo aveva convinto il premier David Cameron a prendere la fatale decisione di indire un referendum sulla Ue.

Farage, che aveva lasciato Ukip e si era ritirato dalla politica, ha detto di essere stato costretto a tornare in campo per difendere gli elettori traditi dai grandi partiti che, tre anni dopo il referendum, non hanno attuato Brexit.

Il suo messaggio semplice e diretto e la promessa di uscire subito dall’Unione europea anche senza accordo è stato accolto con entusiasmo da tutti quelli che avevano votato per Leave nel 2016, sia conservatori che laburisti. La chiarezza del messaggio e la popolarità di Farage hanno determinato il successo del Brexit Party. Ukip privo di Farage intanto è crollato e nessuno dei suoi candidati è stato eletto.

Ora Farage esige un ruolo sia sul palcoscenico europeo che nazionale. Ha detto di voler partecipare ai negoziati con Bruxelles se verranno riaperti e di voler sfidare i Tories alle prossime elezioni politiche. Se un Brexiter come il favorito Boris Johnson verrà eletto come prossimo leader conservatore e premier dopo le dimissioni di Theresa May, per contrastare Farage potrebbe spostare il Paese decisamente verso destra e fuori dalla Ue. Anche Sajid Javid, il ministro dell’Interno che ha annunciato ieri la sua candidatura alla successione, ha detto che «la priorità assoluta è attuare Brexit».

Una svolta così radicale però ignorerebbe la maggioranza degli elettori. L’altro grande vincitore delle elezioni è stato il partito liberaldemocratico, da sempre filo-europeo, che ha conquistato il 20,3% dei voti passando da 1 a 16 eurodeputati. Laburisti e conservatori contrari alle posizioni su Brexit del loro partito hanno apprezzato il chiaro messaggio a favore di un secondo referendum con l’obiettivo di restare nell’Unione europea. Altri partiti schierati sulla stessa linea come i Verdi e gli indipendentisti scozzesi hanno avuto successo.

Sommando i voti dei due partiti schierati per un’uscita dalla Ue senza accordo – Brexit Party e Ukip – si arriva al 35%, mentre sommando i voti dei partiti filo-Ue schierati per un secondo referendum – LibDem, Verdi, Change UK, Snp in Scozia, Plaid Cymru in Galles, Sinn Fein e Alliance Party in Irlanda del Nord – si supera il 40%. I risultati sono in linea con gli ultimi sondaggi che indicano una vittoria di misura di Remain in un eventuale secondo referendum.

Se i laburisti si schierassero con più decisione per un ritorno alle urne il fronte pro-Ue avrebbe una chiara maggioranza. Il leader Jeremy Corbyn ha ammesso ieri che «il Paese è profondamente diviso» e che serve un secondo voto per evitare un no-deal, ma continua a preferire elezioni anticipate. Corbyn potrebbe però trovarsi costretto a modificare la rotta, dato che i personaggi più in vista del partito hanno dichiarato ieri che la lezione delle europee è che il Labour deve diventare il partito di Remain e chiedere a gran voce un secondo voto.

La situazione politica è estremamente fragile. I sostenitori di un ritorno alle urne ritengono che solo un secondo referendum possa dare legittimità democratica alla scelta esistenziale se lasciare la Ue o meno, una decisione irreversibile e dalle profonde conseguenze per ogni aspetto del futuro del Paese.

Invece, in questo momento delicato della storia britannica, il nuovo premier sarà scelto dai membri di un partito che ha ottenuto il 9% dei voti.

Il nuovo leader Tory dovrà decidere come procedere. Potrebbe tentare di ottenere nuove concessioni da Bruxelles, anche se la Ue ha ribadito che non intende riaprire i negoziati. Potrebbe seguire la linea di Farage e spingere per un “no deal”, ma si troverebbe contro il Parlamento che si è già espresso contro un’uscita senza accordo. Perfino il cancelliere dello Scacchiere, il conservatore moderato Philip Hammond, non ha escluso un voto di sfiducia contro un leader che trascina il Paese verso l’abisso di un divorzio senza accordo.

Il nuovo premier potrebbe cercare un mandato più forte optando per elezioni anticipate, ma sarebbe una strategia ad alto rischio per un partito reduce da una tale umiliazione alle urne. Potrebbe infine piegarsi alla richiesta di un secondo referendum tre anni dopo il primo, ma dovrebbe sfidare le proteste di gran parte del partito conservatore. Ci vorrà più del presunto charme di Boris Johnson per far quadrare il cerchio.

Nicol Degli Innocenti

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