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Registri online per la Pa «trasparente»

In arrivo la direttiva per gestire in ogni ente il «contatore» delle risposte alle richieste di accesso
Per il «Freedom of Information Act» all’italiana arriva il momento della pagella, un ruolino di marcia informatico che ogni ente dovrà pubblicare sul proprio sito per mostrare quante richieste di informazioni ha ricevuto, quante risposte ha fornito e quante volte, e perché, ha deciso di non rispondere. Le istruzioni per l’uso di questo «registro degli accessi», previsto anche dalle linee guida dell’Anac sull’attuazione del capitolo che la riforma della Pa dedica alla «trasparenza generalizzata», saranno uno dei piatti forti della direttiva che la Funzione pubblica sta per indirizzare a tutte le amministrazioni con i chiarimenti operativi per l’attuazione del Foia.
La direttiva sarà prima di tutto l’occasione per provare a guidare le Pa ad attuare una delle norme-manifesto della delega Madia, quella che introduce anche da noi il diritto di accesso generalizzato sul modello inglese. La differenza rispetto al diritto “storico” scritto nella legge 241 del 1990 è nel ribaltamento di prospettiva. Secondo le vecchie regole aveva diritto di chiedere informazioni alla Pa chi avesse un «interesse legittimo» sul tema (per esempio, un consigliere comunale per esercitare le proprie funzioni o un’impresa esclusa da un bando di gara); oggi, al contrario, il diritto è la regola e il diniego è l’eccezione, che va motivata con ragioni forti come sicurezza pubblica, stabilità finanziaria dello Stato, segretezza delle indagini o della corrispondenza. In uno scenario così, non può trovare ovviamente spazio il silenzio-rifiuto e nemmeno la richiesta di una tariffa per le risposte (le diverse ipotesi iniziali sono state cancellate anche dopo il confronto con le associazioni promotrici della trasparenza come Foia4Italy).
Un cambio di prospettiva di questo tipo, soprattutto per una Pa sonnacchiosa come la nostra, è più facile a dirsi che a farsi, ma i numeri dei primi tre mesi di applicazione delle nuove regole (entrate in vigore all’antivigilia del Natale scorso) offrono qualche spunto importante. Numeri non enormi, perché anche cittadini e imprese devono abituarsi al nuovo diritto, ma indicativi. Ai ministeri e al resto della Pa centrale, per esempio, secondo il monitoraggio della Funzione pubblica sono arrivate 205 richieste di informazioni, e solo una su sei è stata respinta. L’ampia maggioranza è stata accolta (55%) o è in lavorazione perché arrivata appena prima del monitoraggio (gli uffici hanno tempo 30 giorni, tassativi). Il ministero dell’Interno, per esempio, ha fornito l’elenco completo dei centri di prima accoglienza nei Comuni e la lista dei rimpatri di migranti effettuati nel 2016; la Presidenza del Consiglio ha mostrato il catalogo dei regali che valgono più di 300 euro e delle restituzioni, mentre il dipartimento per l’informazione ha messo in chiaro i contratti siglati fra Palazzo Chigi ed editori negli ultimi due anni.
Quando ci si allontana dal centro, però, il quadro cambia. I primi dati sono stati offerti qualche settimana fa da un dossier di «Diritto di sapere», una Ong nata per promuovere il diritto di accesso. I volontari hanno bussato alle porte di Asl, Regioni, enti locali, prefetture, società partecipate e così via, oltre che dei ministeri, presentando richieste soprattutto su sanità (48%), spesa pubblica (18%) e migranti (15%), ma al 73% delle domande ha risposto solo il silenzio. Anche il dossier di Diritto di sapere, però, indica «una speranza di miglioramento», basata sul fatto che una parte delle richieste respinte con le vecchie regole sono state accolte con le nuove.
Per aiutare le amministrazioni a passare ai fatti arriva quindi la nuova direttiva, che punta su organizzazione, responsabilità e sanzioni. Sul primo versante, ribadito il fatto che le richieste di informazioni non possono essere dichiarate inammissibili per ragioni formali, si spiega che le domande generiche vanno corrette dialogando con l’utente per arrivare all’identificazione dei documenti in gioco. La decisione sulla risposta spetta prima di tutto all’ufficio che detiene i dati e tocca alla Pa e non all’utente indirizzare la domanda alla porta giusta. Il responsabile anticorruzione è chiamato a creare una sorta di help desk per aiutare la gestione delle pratiche, anche perché la mancata risposta entro 30 giorni, sottolinea la direttiva, può alimentare cause di responsabilità dirigenziale, incidere sulla valutazione (e quindi, se il sistema funziona, sulla busta paga dei dirigenti) e addirittura responsabilità per danno all’immagine davanti alla Corte dei conti.

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