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Regioni, la Babele delle ordinanze

Milano, Torino, Napoli , Roma. Ma anche Varese, Como, Caserta, e comuni più piccoli come Aversa e Maddaloni, in Campania. Si aggiorna di ora in ora la lista teorica dei possibili lockdown locali da seconda ondata. Ma se il tema non è più un tabù, la prudenza è ancora tanta.

Qualsiasi sarà il punto di caduta del decreto in arrivo dal governo, le Regioni potranno fare scelte più severe. Sulla scuola, sui trasporti, sul coprifuoco. E anche sulle chiusure vere e proprie che poi dovrebbero essere decise dai sindaci. Con il rischio di una seconda ondata anche per quella babele di ordinanze locali che abbiamo già visto. Le Regioni chiedono al governo la linea dura. Chi più, chi meno, ma soprattutto Lombardia e Piemonte che hanno un indice Rt, che misura la velocità di trasmissione del virus, superiore a 2. E quindi si trovano già nello scenario 4, quello che prevede anche le zone rosse «per almeno tre settimane». Se tutti i governatori sono in pressing, non è solo perché ritengono che la situazione sia seria . Ma anche per non essere loro a doversi assume la responsabilità di scelte dolorose sul piano economico e sociale, con le piazze già calde. Ma al di là del gioco a nascondino sulla responsabilità, cosa potrebbe succedere nei prossimi giorni?

Milano, per ora no

Al di là delle voci che si rincorrono da giorni, al momento la linea è quella di non chiedere la zona rossa per Milano. Una posizione che, per una volta, trova d’accordo il governatore Fontana e il sindaco Giuseppe Sala. L’idea è che prima sia necessario valutare gli effetti dell’ultima stretta decisa a livello locale, a partire dal coprifuoco dopo le 10 di sera. E in ogni caso si farà di tutto per evitare una seconda chiusura che darebbe un altro colpo a una città già ferita. Proprio per questo si spinge per interventi diversi. Cose che in Lombardia sono già state fatte e che potrebbero essere estese a tutto il territorio nazionale, come la didattica a distanza al 100% per le superiori o la chiusura dei centri commerciali nei fine settimana. Ma anche l’obbligo per i medici, in alcune circostanze, di eseguire i temponi a domicilio.

Torino e il Piemonte

Anche su Torino da giorni si rincorrono voci di lockdown. E ieri alle voci si è aggiunta la richiesta formale dell’ordine provinciale dei medici, che chiede di chiudere subito perché «è in gioco la stessa tenuta del sistema sanitario». Ma anche per il capoluogo piemontese, al momento, si frena. In tutta la regione si vogliono evitare zone rosse più o meno estese, puntando come altrove su misure mirate per fascie d’età. Non solo sugli anziani, con la proposta che tanto ha fatto discutere avanzata insieme a Lombardia e Liguria. Ma anche sui giovani, al di fuori dell’orario scolastico. Sempre per evitare il lockdown, non solo a Torino ma anche in altre città, la Regione si prepara ad aiutare i singoli comuni a decidere cosa fare ma scegliendo sempre l’approccio della gradualità. La chiusura come ultima scelta, insomma.

Napoli e le scuole

A Napoli e Caserta la situazione è più difficile che nel resto della regione. Anche se, come specifica l’Istituto superiore di sanità nel suo ultimo report, il «ritardo nella notifica dei casi rende non pienamente affidabile il trend». Ma anche qui di zona rossa locale, almeno per il momento, non si vuole parlare. Si preferisce mantenere, non solo nel capoluogo ma in tutta la regione la linea dura sulla scuola. Con la chiusura di tutti gli istituti, dalla materna alle università, al momento fino al 14 novembre ma con una proroga che al momento appare più che probabile. Dal 24 settembre, giorno di apertura delle scuole, a fine ottobre, il numero dei contagi a livello generale è triplicato. Mentre nelle scuole si è moltiplicato invece di nove volte. La Regione vuole estendere il blocco a tutto il territorio nazionale, proprio per contenere il contagio ed evitare chiusure che avrebbero effetti disastrosi sull’economia. Non è un caso che la prima protesta di piazza contro la chiusura anticipata di bar e ristoranti ci sia stata proprio a Napoli.

Roma e il Lazio

Al momento nel Lazio la situazione è meno grave che altrove. La regione è seconda per numero di tamponi ma terz’ultima per la percentuale di positivi. Tuttavia la concentrazione di movimenti che anche in questi giorni a scartamento ridotto vive una città come Roma può far impennare la curva in qualsiasi momento. L’attenzione c’è ma per ora, al di là delle voci, di lockdown nella capitale non se ne parla. Con l’intenzione, sulla scuola, di non prendere provvedimenti più restrittivi di quelli in arrivo a livello nazionale. E considerando che la didattica a distanza è già al 50% alle superiori e al 75% alle università.

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