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Regioni indebitate ricomprano i bond investitori festeggiano

Il crollo dei tassi ha permesso al Tesoro e a sei Regioni italiane di lanciare un’innovativa operazione di riacquisto del debito pubblico, che a regime dovrebbe ridurlo fino a 700 milioni di euro, e a limare in media di 200 punti base le cedole targate Campania, Lazio, Liguria, Lombardia, Marche e Puglia su 5,6 miliardi di euro che scadono tra il 2023 e il 2034 e costano tra il 4,6% e il 6,2% annuo. Solo che, per allettare i pochi investitori padroni dei prestiti a estinguerli anzitempo, via XX Settembre ha dovuto architettare una complessa operazione che lascia al mercato una fetta di quei guadagni; a spanne, 500 milioni di euro.
«L’operazione non avrà impatti negativi sul debito pubblico», ha chiarito il Tesoro il 25 novembre, data di avvio del buyback varato 19 mesi fa ma lanciato ora. Il comunicato spiega anche la filosofia dell’offerta, che si chiude il 9 dicembre: «Ridurre gli oneri finanziari del debito regionale e semplificarne la struttura». “Semplificare” significa smontare i derivati di scambio dei flussi cedolari presenti su quei bond. I derivati delle Regioni hanno segnato le più gravi perdite contabili per gli enti nel passato: tanto che il Tesoro li ha vietati dal 2013. Il fatto che l’operazione parta solo ora si spiega anche con l’esigenza di assicurarne la convenienza, prevista per legge. Quindi – pur non conoscendoli perchè mai resi noti – si può presumere che i derivati relativi a a questi bond siano a saldo positivo per le regioni, mentre va presunto il contrario per i 2,1 miliardi di euro di bond Piemonte e Abruzzo, inclusi l’anno scorso nel riacquisto ma che oggi mancano all’appello.
Per capire meglio l’operazione bisogna rintracciare l’offering
circular (il prospetto sintetico di quei titoli, ndr) degli otto bond, disponibile solo sulla piattaforma Bloomberg a pagamento. Per riacquistare i bond le regioni, come previsto, accenderanno «un mutuo trentennale con il ministero dell’economia e finanze». Quel prestito secondo fonti del mercato è tarato su un Btp a vent’anni, con un costo complessivo poco sopra il 2% annuo per gli enti. Purtroppo, però, i titoli che queste si offrono di ricomprare hanno un rendimento che oscilla tra i 29 e 55 punti base oltre al tasso midswap di riferimento (oggi, irrisorio). «Sarebbe come se un investitore chiedesse un prestito in banca al 2% per ottenere una cedola che non arriva all’1%», ha commentato un investitore a Londra, che mercoledì sera è saltato dalla sedia. Il prezzo d’affezione, molto più alto rispetto al Btp, serve a invogliare quegli investitori istituzionali – i due maggiori sono Depfa e Dexia, esposti per 2 miliardi – ad aderire. Anche perchè un vero “mercato” dei bond regionali in pratica non esiste: e per convincere i portatori le sei regioni devono accettare di pagare un prezzo vicino a quello di carico, scritto quando il rischio dell’Italia e delle sue regioni era molto superiore a oggi. Ma le regioni si rifaranno con il taglio di debito e cedole. Le quattro banche intermediarie incaricate sono Barclays, Bnp Paribas, Citigroup e Deutsche Bank, specialiste alle aste del Tesoro e controparti sui derivati di Stato e regioni, ma non detentrici dei titoli oggetto.
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