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Regioni e Comuni, nel mirino dei tagli chi spende di più

Penne carta, fotocopiatrici, e ovviamente monitor e tastiere. Sono l’arredamento tipico di tutti gli uffici, privati o pubblici: il problema, messo a fuoco dal decreto sulla spending review approvato dal Governo nella notte fra giovedì e venerdì riguarda questi ultimi, e si può riassumere con un paio di numeri.
Per la «cancelleria e materiale tecnico-informatico», per fare un esempio, la Lombardia ha speso nel 2011 9 euro ogni 100 abitanti, il Piemonte 55 e la Sicilia 102, vale a dire 11,3 volte di più del Pirellone. Cambiamo voce, e passiamo a «studi, consulenze, indagini e gettoni di presenza»: in Abruzzo sono costati l’anno scorso 40 euro ogni 100 abitanti, in Sardegna 683. Per far conoscere la propria attività, poi, le Regioni (e i loro politici) si trasformano in “editori”, anche qui con impegno diverso: pubblicare giornali e riviste nel Lazio costa 3 euro all’anno ogni 100 cittadini, in Lombardia il doppio (6,2 euro) e in Calabria 33 volte tanto (11,3 euro).
È il mondo multiforme dei «consumi intermedi», vale a dire le spese che le amministrazioni pubbliche sostengono ogni giorno per funzionare. A fotografarli è il Siope, il sistema informatico del ministero dell’Economia che monitora in tempo reale i flussi di cassa degli enti pubblici locali e non. Il decreto sulla revisione di spesa varato dal Governo li mette nel mirino, con lo scopo di superare la logica dei tagli lineari finora sempre utilizzata per graduare in modo “meritocratico” i sacrifici, in base al principio secondo cui «chi più spende più deve tagliare».
La spesa nel mirino è appunto quella dei «consumi intermedi», che nei bilanci locali individua sostanzialmente tre voci: le uscite per l’acquisto di beni (dalla carta al carburante delle auto di servizio), quelle per le prestazioni di servizi (come quelli per la manutenzione ordinaria o per avviare nuovi strumenti informatici) e l’utilizzo di beni di terzi (immobili in affitto, auto a noleggio o in leasing e così via).
A individuare chi spende di più, sempre secondo il provvedimento, è proprio il censimento telematico dei flussi di cassa realizzato dal ministero dell’Economia.
Il meccanismo è chiamato a governare la sforbiciata da 7,5 miliardi assestata agli enti locali e alle Regioni: Governo e amministratori locali hanno tempo fino al 30 settembre per affinare il tutto, ma la linea è tracciata dalla stessa norma che prevede – in caso di mancato accordo nelle Conferenze Stato-Regioni e Stato-Città – l’applicazione automatica dal 15 ottobre della stretta proporzionale alla spesa per i consumi intermedi.
Con un sistema delineato così seccamente, del resto, anche il lavoro delle Conferenze non potrà spostarsi più di tanto dalla linea tracciata per decreto.
Fra le Regioni, a temere di più sono soprattutto quelle del Centro-Sud: nei territori a Statuto ordinario, a primeggiare nella spesa è la Basilicata, che nel 2011 ha dedicato a queste voci 147,5 euro ad abitante, seguita dalla Campania (113 euro) e dalla Puglia (96,6), mentre la Liguria, con 27,3 euro a residente, si ferma cinque volte sotto la Regione in testa.
Naturalmente, nell’attuazione l’analisi andrà “pesata” in base alle dimensioni e alle caratteristiche della Regione, come mostrano anche le graduatorie degli enti a Statuto speciale per le quali si prevede un meccanismo del tutto analogo. Questo tipo di “pesatura”, poi, diventa ancora più urgente nei Comuni, essendo ovviamente impossibile paragonare le spese di Balme (54 abitanti in provincia di Torino) con quelle di Milano o di Roma.
Proprio la graduatoria dei Comuni (qui a fianco è pubblicata quella relativa ai capoluoghi di Regione) mostra però qualche sorpresa. Dietro il primato dell’Aquila (3.068,8 euro ad abitante nel 2011, dovuto però in buona parte alla gestione del post-terremoto di cui si dovrà tenere conto), sugli scalini occupati da chi spende di più si incontra Milano (1.146,3 euro pro capite) e Venezia (1.061,6), mentre per esempio Palermo, nonostante lo stato di quasi-dissesto dovuto alle patologie storiche dei suoi conti, è nelle parti basse della classifica, Napoli fa ancora meglio e Catanzaro (fotografata come super-virtuosa anche dal debutto dei fabbisogni standard dedicato alle spese per la Polizia locale) primeggia. Come mai?
L’efficienza della gestione c’entra solo in parte. Il problema nasce dal fatto che nei bilanci locali anche i «consumi intermedi» rappresentano una realtà molto diversificata al proprio interno, che insieme alle penne abbraccia per esempio i contratti di servizio per i trasporti o lo smaltimento dei rifiuti. La stortura si vede di più nei bilanci dei Comuni, che sono più piccoli di quelli delle Regioni, ma è presente in tutti i livelli di Governo e va corretta. Il confronto fra Esecutivo ed enti locali ha meno di tre mesi per farlo.

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