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Regia italiana nel super matrimonio della farmaceutica

È un italiano lo stratega della più grande operazione di M&A (fusione e acquisizione) dal 2000 a oggi nel settore farmaceutico e biotech: l’acquisto per 74 miliardi di dollari di Celgene da parte di Bristol-Myers Squibb e la loro fusione in un nuovo gigante da 140 miliardi di dollari. L’operazione l’ha gestita Giovanni Caforio, che dal 2015 è il ceo di Bms e manterrà la carica anche dopo la fusione.

«L’acquisizione di Celgene — ha spiegato Caforio a L’Economia — per noi significa un grande passo avanti nella missione di scoprire medicine innovative per pazienti con malattie gravi. La fusione porterà benefici ai pazienti, ai collaboratori e agli azionisti».

L’operazione deve essere approvata dai soci delle due società, entrambe americane e quotate in Borsa, con una capitalizzazione di circa 80 miliardi di dollari per Bms e 61 miliardi per Celgene. La fusione dovrebbe essere completata entro quest’anno. Si tratta della seconda acquisizione e fusione più grande nel settore dopo quella da 110 miliardi di dollari con cui Pfizer comprò Warner Lambert nel 2000. Con questa mossa Bms punta alla leadership nel mercato delle terapie per il cancro, che vale 123 miliardi di dollari ed è uno dei campi con il tasso di crescita più alto e più rapido: +11% l’anno, secondo le stime di Evaluate-Pharma.

Bsm e Celgene sono entrambe specializzate nel settore: nivolumab, per la cura del cancro ai polmoni, è la molecola più famosa della prima casa farmaceutica; quella della seconda è lenalidomide, per il trattamento del mieloma multiplo. L’azienda frutto della fusione avrà nove prodotti da un miliardo di dollari ognuno. Bms in particolare è stata pioniere nello sviluppo delle immunoterapie: le medicine che stimolano il sistema immunitario dell’organismo umano a riconoscere il cancro e a reagire per combatterlo. E proprio Caforio ha fatto parte della squadra di ricercatori e manager che dal 2007 si è impegnata in questo campo.

Medico e manager

Nato a Roma 54 anni fa, la passione per la medicina Caforio l’ha ereditata dal padre, dottore. «La medicina è nel mio dna, era nell’aria a casa mia — ha raccontato Caforio durante un incontro all’Istituto italiano di cultura a New York —. Mentre eravamo a tavola a pranzo, da ragazzo, io rispondevo alle telefonate dei pazienti di mio papà». È stato naturale, quindi, per il giovane Caforio scegliere la facoltà di Medicina all’Università di Roma. Ma durante i due anni da stagista nel dipartimento universitario di oncologia, Caforio ha capito di essere più interessato alla ricerca clinica.

Così, dopo la laurea, nel 1988 ha accettato l’offerta di lavoro a Roma dell’azienda farmaceutica americana Abbott Laboratories.

A 26 anni ha iniziato la carriera internazionale andando prima negli Stati uniti, a Chicago, e poi a Madrid, in Spagna, e a Lisbona, in Portogallo, sempre per Abbott. Così oggi parla quattro lingue oltre all’italiano: inglese, francese, spagnolo e portoghese.

Dopo dodici anni con Abbott, nel 2000 Caforio è entrato in Bristol-Myers Squibb rientrando a Roma, come vicepresidente e general manager dell’Italia. Lo ha reclutato Lamberto Andreotti, che all’epoca era responsabile Bms per l’Italia e per l’oncologia in Europa. «È stato il mio mentore professionale e ho avuto il privilegio di lavorare con lui per 17 anni», ha raccontato Caforio.

Andreotti (figlio dell’ex premier Giulio), anche lui romano, con 14 anni più di Caforio e una lunga esperienza nell’industria farmaceutica, è poi diventato ceo di Bms nel 2010 e nel 2015 ha lasciato il posto proprio al giovane talento da lui allevato.

L’anno di svolta nella carriera di Caforio era stato appunto il 2007 quando, dopo un’esperienza a Parigi, dal 2004 al 2006, come capo del marketing per l’Europa, si è trasferito negli Stati uniti come senior vicepresidente del settore Oncologia Usa.

Strategie di sviluppo

Negli Anni Novanta Bms è stata leader nella scoperta e sviluppo di terapie anti cancro, fra l’altro grazie al lavoro di un ricercatore italiano, Renzo Canetta. Dal 2000 la strategia aziendale aveva virato verso la diversificazione, perdendo la posizione dominante nella cura dei tumori. «La mia priorità quindi è stata far tornare Bms a essere prima nelle terapie per il cancro», ricorda Caforio. Che nei successivi otto anni ha continuato a salire nella gerarchia aziendale fino a diventarne il responsabile operativo nel 2014 ed essere poi promosso al ruolo di ceo nel maggio 2015.

In questi tre anni e mezzo Caforio si è concentrato sull’aumento degli investimenti in ricerca e sviluppo, cruciali per un’azienda innovativa nell’industria farmaceutica e biotech: sono arrivati a circa 5 miliardi di dollari l’anno, il 20% del fatturato, un livello superiore alla maggioranza dei concorrenti. E per la crescita e scoperta di nuove terapie ha messo a segno acquisizioni come quella della società biotech Ifm nel 2017, fino al colpo grosso di Celgene.

Ora la sfida è mettere insieme le culture delle due aziende, mantenendo il patrimonio di talenti e allo stesso tempo realizzando risparmi con le sinergie fra le due strutture. Nel breve periodo, per la crescita di fatturato e profitti, gli analisti e investitori sono preoccupati per lenalidomide, molecola che rappresenta quasi due terzi del fatturato di Celgene e che dovrà fronteggiare la concorrenza di prodotti generici nel 2022, quando scadrà la protezione del suo brevetto. Mentre le quotazioni di Bms hanno subito un contraccolpo lo scorso ottobre, con la notizia del rinvio dell’approvazione da parte della Fda, l’autorità Usa di controllo sui prodotti alimentari e farmaceutici, di una combinazione delle sue molecole nivolumab e ipilimumab per il trattamento del cancro al polmone.

Ma Caforio è fiducioso nel futuro dei nuovi farmaci in preparazione nei laboratori delle due aziende: sei hanno un potenziale di 15 miliardi di dollari di fatturato annuo.

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