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Referendum e ricorsi, offensiva anti Italicum

È un fronte trasversale, variegato (e litigioso) quello che, a colpi di ricorsi, ha dichiarato guerra all’Italicum. Un pattuglione di oppositori armato di carte bollate, che mette assieme i cinquestelle, i «ribelli» della sinistra Pd, parlamentari di Sel, giuristi anti-renziani e un lungo elenco di associazioni determinate a tutelare la Costituzione «più bella del mondo».
Contro il sistema di voto nato dal patto del Nazareno tra Renzi e Berlusconi è partita una raffica di ricorsi, che saranno presentati giovedì alla Camera e depositati a inizio novembre, in contemporanea, presso i Tribunali dei capoluoghi dei distretti di Corte d’Appello. L’iniziativa è nata all’interno del Coordinamento per la democrazia costituzionale, di cui fa parte anche Felice Besostri: l’avvocato amministrativista che, con l’avvocato Aldo Bozzi e altri 25 ricorrenti, riuscì a rottamare il Porcellum.
Due i pilastri della legge che l’iniziativa vorrebbe smantellare. Il primo è il premio di maggioranza, che scatta per la lista che, alle Politiche, riesce a incassare il 40 per cento dei voti. Secondo punto dolente, l’eventuale ballottaggio tra le due liste più votate: per i ricorrenti va corretto il fatto che il secondo turno scatta senza soglia, anche per un partito che dovesse fermarsi al 25%. Massimo D’Alema mette in guardia Renzi e non solo perché il Pd con il ballottaggio potrebbe anche perdere: «L’Italicum può aprire la strada a rischi gravi per il Paese…».
Per i renziani è un assalto privo di senso, roba da «nostalgici del Porcellum». Ettore Rosato assicura che il governo non teme la rivolta, perché la legge è «coerente con i principi affermati dalla Corte costituzionale sul Porcellum». E dal governo ricordano che un controllo preventivo sulla costituzionalità dell’Italicum è già previsto nella riforma del Senato. E mentre Renzi, dal Perù, difende le sue riforme, convinto che daranno al Paese «stabilità, certezza e regole più efficaci», la presidente Laura Boldrini sprona il Parlamento a non fermare il treno: «Di ricorsi ce ne sono sempre… Ma la legge elettorale è stata una tappa importante di una legislatura che sta facendo molte riforme».
Via via l’onda del Coordinamento, partita contro la riforma del Senato, si è gonfiata. Senatori «dissidenti» del Pd come Lucrezia Ricchiuti, Paolo Corsini, Erica D’Adda, Maria Grazia Gatti, Corradino Mineo e Walter Tocci hanno espresso simpatie per l’iniziativa, il che però non vuol dire che firmeranno i ricorsi. Sul sito compare anche il nome di Vannino Chiti, il quale ammette di nutrire «riserve», ma chiarisce di non essere tra i promotori. Analoga la scelta di Alfredo D’Attorre, mentre Stefano Fassina risulta tra i sostenitori assieme ai parlamentari di Sel Loredana De Petris e Giorgio Airaudo. Tra le associazioni e sigle sindacali vicine al comitato Fiom, Usb, Ars, Articolo 21, Libertà e Giustizia, Comitati Dossetti. La Cgil e Libera hanno aderito da «osservatori».
I Cinquestelle rivendicano di aver sposato la protesta dall’inizio e attaccano la minoranza del Pd. «Ipocriti inaffidabili e pagliacci», accusa Danilo Toninelli e annuncia che il M5S appoggerà tutti i ricorsi. Obiettivo, «difendere la Costituzione nata dalla Resistenza», risvegliando l’interesse di una opinione pubblica «inconsapevole del processo di riforme in atto». Domenico Gallo, uno dei promotori del Coordinamento, spiega le prossime mosse: «Sull’Italicum chiediamo che il popolo si pronunci con due referendum. Uno sull’abrogazione dei capilista bloccati e delle pluricandidature, l’altro per abolire il ballottaggio». La speranza del magistrato è che un referendum sull’Italicum possa tenersi tra il 15 aprile e il 15 giugno del 2017, sempre che si raccolgano le firme e che i quesiti passino il vaglio della Corte costituzionale. Per il costituzionalista Ceccanti i ricorsi «non hanno senso». E un altro renziano, Marcucci: «È una mossa da «nostalgici del Porcellum».

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