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Redditometro, spese a doppio binario

Spese medie Istat e incrementi patrimoniali sono due dei principali dubbi tra gli innumerevoli sul redditometro. In relazione alle spese medie Istat, la questione su cui si discute è il loro ambito di operatività. Premesso che le spese medie Istat rilevano solo per alcune voci della tabella allegata al decreto del redditometro (per esempio, per abbigliamento e calzature, per le spese scolastiche, per le spese per le vacanze, per gli animali domestici), va rilevato che queste verranno (giustamente) considerate soltanto nel contraddittorio e non nella selezione delle posizioni da sottoporre a controllo. Il decreto stabilisce che le spese medie Istat (così come quelle derivanti da analisi e studi socioeconomici) rilevano quando risultano superiori alle spese effettive sostenute dal contribuente, delle quali l’Agenzia risulta essere a conoscenza. I valori Istat potranno essere presi in considerazione, quindi, soltanto quando l’amministrazione è a conoscenza che il contribuente ha sostenuto quel tipo di spesa. Ad esempio, non potranno certo essere applicati i valori Istat per gli animali domestici se non risulta che il contribuente sostiene questo tipo di spesa.
Altro punto è se, una volta dimostrato (dall’ufficio) il sostenimento di determinate spese (ad esempio, quelle per le vacanze) e quelle Istat risultano maggiori, il contribuente può fare valere l’ammontare (inferiore) della spesa effettivamente sostenuta. La risposta sul punto deve necessariamente essere positiva. In tal senso depone lo stesso decreto del redditometro (articolo 4) che dispone la possibilità, da parte del contribuente, di dimostrare il diverso ammontare della spesa che gli è stato attribuito. Ulteriormente, la necessità che venga considerata la spesa effettiva sta nella logica degli accertamenti standardizzati, che impongono la necessità di adeguamento del dato standard di partenza alla specifica situazione del contribuente.
Va notato che nell’ambito della tabella A, allegata al redditometro, vi sono soltanto due casi in cui vengono considerati i valori figurativi: i «pasti e consumazioni fuori casa» e i «fitti figurativi» per gli immobili non di proprietà, non in locazione e non dati in uso gratuito da familiari. Tralasciando quest’ultima particolare casistica, va rilevato, quindi, che generalmente solo per i pasti fuori casa assume rilevanza il valore Istat senza nessun confronto con la spesa effettivamente sostenuta. In tal caso, perché venga considerato il valore Istat, potrà risultare sufficiente qualche indizio che il contribuente sostiene quel tipo di spesa.
Quanto agli incrementi patrimoniali, la questione nasce dal fatto che la norma non ha voluto più riproporre la previsione del passato, in base alla quale l’investimento si considerava presuntivamente sostenuto con il reddito dell’anno e dei quattro precedenti. A monte c’è stata probabilmente una certa “ingordigia” presuntiva, visto che anche le circolari «Telefisco» del 2011 e del 2012 (28/E/2011 e 25/E/2012) hanno risposto che tali spese si considerano presuntivamente sostenute con il reddito dell’anno, salva la possibilità di una diversa valorizzazione da farsi nel corso del contraddittorio.
È chiaro, però, che questa impostazione lascerebbe troppo arbitrio agli uffici e creerebbe numerose difficoltà ai contribuenti. Non è da ritenersi sufficiente, sul punto, neanche l’emanazione del decreto del redditometro, il quale ha stabilito che l’ammontare degli investimenti va considerato al netto dei disinvestimenti dell’anno e dei quattro precedenti. Questo perché, se un soggetto non ha effettuato disinvestimenti, l’ammontare dell’acquisto di una casa, ad esempio, andrebbe nettizzato soltanto dall’ammontare del mutuo. Il che non può essere ritenuto ragionevole in quanto l’acquisto della casa non si può certo ritenere sostenuto con il reddito dell’anno. A questo punto, da alcune notizie trapelate nei giorni scorsi, sembra che l’Agenzia si “ravveda” e consideri gli investimenti “per quinti”, come in passato.
Sostanzialmente, quindi, l’ammontare dell’investimento dovrebbe venire attribuito al reddito dell’anno e dei quattro precedenti. Ma di tutto ciò non c’è nella norma e, quindi, potrebbe creare ulteriori problemi quando non si troverà un accordo nel contraddittorio. Infatti, il contribuente potrebbe rilevare che tale ripartizione annuale non tiene conto della sua specifica situazione reddituale. Un altro problema è quello che, in questo modo, i “quinti” degli anni 2009 e successivi potrebbero rilevare anche retroattivamente per il 2008. Cosa che la norma attualmente esclude ma che gli uffici stanno già applicando.

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