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Redditometro, leasing non a rate

di Maurizio Tozzi 

Vecchio redditometro, leasing non ripartibili nel quinquennio. Da valutare le spese per incrementi patrimoniali sostenute dal 2009 in poi. Necessari indirizzi univoci agli uffici periferici, soprattutto per l'elasticità del contraddittorio. Obbligatoria la valutazione delle complessive capacità finanziarie e reddituali del contribuente, anche in rapporto al nucleo familiare.

Mentre impazzano le deduzioni e ricostruzioni più o meno ipotetiche sul redditometro che verrà, in tutto il territorio continuano a giungere gli accertamenti basati sul vecchio strumento presuntivo e riferiti fino a tutto il 2008, caratterizzati da comportamenti non univoci da parte degli uffici periferici, anche in considerazione della «prolungata» assenza di chiarimenti ufficiali, ormai fermi alla corposa circolare n. 49 del 2007, fatta eccezione per sporadiche interpretazioni rese in occasione di risposte a quesiti riguardanti molteplici argomenti.

Uno degli aspetti più controversi riguarda la corretta valutazione del leasing contratto per l'acquisto di un bene. A voler dare un'interpretazione certamente atecnica ma funzionale all'accertamento mediante redditometro, deve valutarsi l'essenza dell'operazione: il leasing altro non è che un finanziamento, cui è sottintesa l'assenza di una certa capacità economica/finanziaria da parte del soggetto che vi ricorre. In termini pratici, chi effettua un acquisto in leasing non ha, al momento in cui perfeziona giuridicamente detto acquisto, le risorse necessarie per fronteggiarlo, preferendo una forma di finanziamento che sarà restituita mediante la corresponsione dei canoni mensili. La circolare n. 28 del 2011, seppur in riferimento al nuovo «spesometro», ossia l'accertamento fondato sull'ammontare delle spese sostenute (che include, a partire dal 2009, anche la presunzione collegata all'incremento patrimoniale, dal momento che viene meno la ripartizione dell'acquisto nel quinquennio con imputazione totale all'anno di acquisto), sottolinea che tali acquisti devono essere considerati solo per l'ammontare che effettivamente incide il contribuente: in sostanza, se il bene costa 200 mila euro e si ricorre al leasing, saranno rilevanti solo i canoni pagati nell'anno, dal momento che è evidente che il soggetto non procede all'esborso della somma totale. Dunque se i canoni pagati sono pari a complessivi 4 mila euro (ad esempio, mille euro al mese a decorrere da settembre), ai fini dello spesometro rileverà solo l'effettiva fuoriuscita di detti quattro mila euro. Ed è la conclusione più logica in assoluto, non potendosi pretendere di attribuire una capacità di spesa ad un soggetto in presenza di meccanismi di finanziamento. Ad analoghe conclusioni, peraltro, si giunge per il mutuo, dove da sempre è stato sottolineato che l'acquisto di un immobile, ad esempio di 300 mila euro, finanziato con un mutuo di 240 mila euro, rileva a titolo di incremento patrimoniale (spesa), solo per la parte realmente incidente il contribuente, ossia 60 mila euro. La conclusione della circolare è da ritenersi certamente valida anche per il redditometro riferito fino al 2008: ai fini dell'incremento patrimoniale non si possono considerare gli importi finanziati, tra cui rientrano certamente gli acquisti effettuati ricorrendo al leasing.

Tornando all'esempio precedente, se nel 2008 si ricorre a un leasing per l'acquisto di un bene pari a 200 mila euro, non è assolutamente pensabile ripartire l'intero importo di 200 mila euro in cinque quote annuali per accertare gli anni dal 2004 al 2008 imputando un reddito da incremento patrimoniale di 40 mila euro annui. E ciò, si ripete, per un motivo semplice: nel 2008 il contribuente non ha affatto pagato l'importo di 200 mila euro e dunque non ha affatto attinto ai propri risparmi accumulati negli anni precedenti, elemento invece che è posto a base della presunzione di riparto quinquennale degli acquisti. Risolto questo dubbio resta il problema dei canoni pagati nell'anno. La soluzione adottata da altri uffici, è stata quella di considerare il leasing alla stregua del mutuo e di procedere all'imputazione dell'intero costo in aggiunta al valore base del bene, riducendo di un'unità il coefficiente di moltiplicazione. Inutile dire che una simile procedura non è affatto possibile, non essendo disciplinata dal decreto attuativo del precedente redditometro, ormai risalente al lontano settembre 1992.

In realtà, posto che anche la formulazione dell'articolo 38 del dpr 600/73 vigente fino a tutto il 2008 effettua un richiamo alla possibilità di accertare in base a «elementi e circostanze di fatto certi», i canoni di leasing pagati devono essere imputati al reddito dell'anno di pagamento, rappresentando «fatti certi» che manifestano la capacità economica/finanziaria del contribuente in tale anno. Non si ritiene invece possibile ipotizzare un riparto quinquennale dei soli canoni, atteso che gli stessi non rappresentano un utilizzo del presunto risparmio accumulato nel tempo, bensì sono strettamente collegati alla capacità reddituale del momento del soggetto, che proprio in forza delle proprie risorse è in grado di ottemperare al piano di ammortamento.

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