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Redditometro all’esame-sintetico

Sul nuovo redditometro aleggiano una serie di dubbi (si veda anche la scheda in pagina), alcuni dei quali – ad esempio, la questione degli incrementi patrimoniali – dovranno necessariamente essere risolti con delle modifiche normative.
La prima perplessità riguarda la “struttura” dell’accertamento sintetico. Il comma 4 dell’articolo 38 del Dpr 600/1973 si occupa specificatamente dell’accertamento sintetico “puro”, basato sulle spese effettive, mentre il comma 5 successivo disciplina il cosiddetto redditometro.
In più occasioni l’amministrazione finanziaria ha affermato (ad esempio, circolare n. 28/E/2011) che i due strumenti sono alternativi. In realtà, se si guarda alla costruzione del redditometro, si nota che alle spese effettive sostenute dal contribuente (principio dell’accertamento sintetico “puro”) vengono sommate anche le spese figurative, date (generalmente) dalla spesa media Istat, così come si sommano gli incrementi patrimoniali. In questo modo si dovrebbe giungere alla conclusione che il redditometro viene ad “assorbire”, di fatto, anche il sintetico “puro”, come peraltro sembrerebbe consentire la norma (articolo 38 del Dpr 600/1973).
Un’altra questione, molto delicata sotto il profilo sostanziale, è quella della rilevanza delle spese medie Istat ai fini del redditometro. Premesso che queste ultime rilevano solo per alcune voci della tabella allegata al decreto (ad esempio, per spese per abbigliamento e calzature, per le spese scolastiche, per gli animali domestici, per le spese per le vacanze), va specificato che le spese medie Istat verranno considerate soltanto nel contraddittorio tra ufficio e il contribuente e non nella selezione delle posizioni da sottoporre a controllo.
Il decreto del redditometro stabilisce che le spese medie Istat (così come quelle derivanti da analisi e studi socio economici) rilevano quando risultano superiori alle spese effettive sostenute dal contribuente, delle quali l’Agenzia risulta essere a conoscenza. Si ritiene che i valori Istat potranno essere presi in considerazione, quindi, soltanto quando l’amministrazione è a conoscenza che il contribuente ha sostenuto quel tipo di spesa. Ad esempio, non potranno certo essere applicati i valori Istat per le spese per le vacanze se prima l’Agenzia non dimostra che il contribuente ha effettivamente sostenuto quel tipo di spesa.
Altro punto è, se una volta dimostrato (dall’ufficio) il sostenimento delle spese per le quali rilevano i valori Istat, e quest’ultimi risultano maggiori, il contribuente può comunque giustificare di avere effettivamente sostenuto un ammontare di spesa inferiore. La risposta in questo caso si rinviene nell’articolo 4 del decreto del redditometro, il quale prevede la possibilità, da parte del contribuente, di dimostrare il diverso ammontare della spesa che gli è stato attribuito.
Un’altra questione “calda”, più volte segnalata su queste pagine, è quella degli incrementi patrimoniali. Gli estensori della nuova norma non hanno voluto riproporre la previsione del passato, in base alla quale l’investimento si considerava presuntivamente sostenuto con il reddito dell’anno e dei quattro precedenti (originariamente erano addirittura cinque anni precedenti). Con la conseguenza – illogica – che anche tali spese (come l’acquisto di un’abitazione o di un’autovettura) verrebbero considerate sostenute con il reddito dell’anno, al netto dei soli disinvestimenti dello stesso anno e dei quattro precedenti. Ad esempio, si avrebbe il paradosso che se un contribuente, che non ha avuto disinvestimenti, acquista un’abitazione per 300mila euro e contrae un mutuo per 250mila euro, la differenza di 50mila euro viene considerata presuntivamente sostenuta con il reddito dell’anno.
È evidente che si tratta di una “stortura” alla quale deve essere al più presto posto rimedio. Parrebbe lo si voglia fare con la prossima circolare, stabilendo il principio della “spalmatura” su cinque anni degli incrementi patrimoniali, come accadeva in passato. Tuttavia, la circolare (non essendo vincolante né per i giudici né per il contribuente né, ulteriormente – come afferma la Corte di Cassazione – per gli stessi uffici dell’amministrazione) si discosterebbe dalla norma. Occorre, quindi, intervenire con una specifica modifica normativa.

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