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Redditometro alla ricerca di dati certi

Un ruolo maggiore attribuito ai dati certi, ricavati direttamente dall’amministrazione finanziaria, rispetto alle «valorizzazioni», cioè alle stime che provano a tradurre le spese in reddito sulla base di elementi statistici, valori medi e così via.
Si gioca su questo terreno la sfida del nuovo accertamento sintetico per superare i limiti del redditometro “classico”, utilizzato fino a oggi e fondato su un numero di limitato di beni e servizi ritenuti idonei per «indicare la capacità contributiva» dei singoli messi sotto esame. Il risultato più evidente di questa scelta è la moltiplicazione delle spese coinvolte nel meccanismo, che in 100 voci punta l’attenzione su 7 capitoli-chiave per illuminare tutti gli aspetti della vita del contribuente: dalle abitazioni alle assicurazioni, dai contributi ai mezzi di trasporto, passando per assegni al coniuge, investimenti e sport. L’alfabeto del redditometro cerca di non tralasciare alcun aspetto dell’esistenza “economica”. Per indicare il reddito «coerente» col tenore di vita, spiega il decreto dell’Economia che attuerà il nuovo meccanismo e che è giunto all’ultimo miglio del suo iter, non si possono trascurare l’abbonamento alla pay-tv, le somme spese ai giochi su internet, i soldi dedicati all’istruzione e gli investimenti nel mattone, nei fondi o addirittura in derivati.
Per avere le informazioni, si chiamano a raccolta le fonti d’informazione più varie: i dati dichiarati dal contribuente occupano naturalmente la prima fila (e i soldi spesi per esempio per gli interessi passivi, scritti in dichiarazione producono uno sconto fiscale, ma si trasformano anche in un mattone per costruire il «reddito presunto»), ma accanto a loro trovano spazio le informazioni raccolte da operatori dei vari settori, dal leasing all’ippica, e quelle portate dai nuovi strumenti del fisco telematico, come lo spesometro.
Anche in questo redditometro “ad alta definizione”, però, la statistica ha un ruolo, su due piani. Il primo è quello collegato alle presunzioni determinate dalle spese per i singoli «beni rilevanti» in reddito presunto. La spesa di rimessaggio di una barca, per fare un esempio, dipende dalle caratteristiche oggettive del bene, come la lunghezza, ma questi dati sono elaborati in base al costo “medio” rilevato presso gli operatori del settore per essere tradotti in una spesa puntuale (e quindi in un reddito). Su tutto questo si innesta poi l’insieme delle spese minute, che riguardano alimenti, abbigliamento e così via e che vengono tarate sul profilo del contribuente in base alla tipologia di famiglia di appartenenza e all’area geografica di residenza. In pratica, a ognuna delle 55 famiglie-tipo (11 profili per 5 aree geografiche) viene assegnata una spesa-tipo basata sulle medie Istat, e al singolo contribuente è attribuita la sua quota parte parametrata sul peso del suo reddito (o delle sue spese) sul totale famigliare.
Anche nel nuovo redditometro, quindi, il risultato finale è frutto di elaborazioni basate sulla statistica, e al contribuente può essere chiesto di fornire la prova contratria di un’informazione che non si fonda su un dato puntuale. Il discrimine, da questo punto di vista, sarà rappresentato soprattutto dall’utilizzo del nuovo strumento: la legge apre la strada verso la contestazione quando la forbice fra reddito dichiarato e presunto è almeno del 20%, i vertici delle Entrate spiegano che almeno all’inizio la soglia di “tolleranza” sarà ancora più alta, e queste cautele diminuiscono il peso della statistica sul risultato finale.

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