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Reddito sospetto, sì all’accertamento

di Massimiliano Tasini 

Se il reddito dichiarato è in contrasto con il buon senso e la ragionevolezza, l'accertamento tributario è legittimo. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, V sezione tributaria, con la sentenza 22/2/2012 n. 2613.

Il caso di specie. L'Agenzia delle entrate rettifica in via induttiva il reddito dichiarato da un contribuente disattendendo la percentuale di ricarico dichiarato nella misura del 22,44% e rideterminandola nella misura dell'89,93 % per le vendite effettuate nei periodi normali e del 49,93% per quelle effettuate nei periodi di saldi.

Dopo la favorevole sentenza di 1° grado, l'appello dell'Ufficio veniva parzialmente accolto, ritenendo la Ctr legittimo il metodo adottato anche se la percentuale di ricarico indicata nell'atto impugnato veniva ridotto. D'onde il ricorso per Cassazione.

La sentenza. Il nucleo centrale della vicenda ruota sulla motivazione addotta dai giudici della Ctr per ribaltare la tesi dei primi giudici; secondo tale pronuncia si afferma «l'incongruità della percentuale di ricarico dichiarata, nonché la scarsa aderenza alla realtà commerciale di un esercizio commerciale con notevole volume d'affari (anche superiore al miliardo di lire), con un ritorno sugli investimenti addirittura infimo (con percentuale inferiore al 3%) tale da essere ottenuto anche con investimenti a molto minor rischio».

La Corte giudica tale statuizione «assolutamente congrua» in quanto idonea a far emergere il comportamento antieconomico del contribuente. E tale affermazione viene poi ripresa in altra parte delle motivazioni ove si rimarca il non senso del comportamento dell'imprenditore che movimenta ingenti capitali a rischio «per ottenere rendimenti inferiori a quelli di un investimento in titoli di stato».

Contabilità e presunzioni. In casi come quello qui oggetto del contendere, osserva la Corte, a nulla vale la regolare tenuta delle scritture contabili, poiché le presunzioni utilizzate dall'Ufficio soddisfano i requisiti di legge.

Segnatamente, l'esistenza di attività non dichiarate (rectius: ricavi) può essere dedotta, ai sensi dell'art. 39, comma 1, lett. d) u.p. del dpr 600/1973 anche sulla base di presunzioni semplici, purché «qualificate», cioè dotate dei requisiti della gravità, della precisione e della concordanza.

Dunque, secondo la Corte, l'entità degli investimenti effettuati e il rendimento ritratto (in un singolo anno) sarebbero di per sé indizi idonei a legittimare la pretesa dell'Ufficio.

L'antieconomicità. Il perimetro dell'antieconomicità continua dunque ad allargarsi. Nasce come elemento per provare l'alterazione di documenti accompagnatori, si estende a parametro di inerenza dei costi infragruppo, per poi assurgere a criterio generale per sindacare la congruità dei ricavi e proventi ritratti dalla gestione e dei costi nella stessa sostenuti.

Si badi bene che il parametro antieconomicità assumeva rilievo, e dunque poteva essere posto a fondamento di una rettifica del reddito dichiarato, solo nel caso in cui il comportamento dell'imprenditore poteva essere definito «abnorme». Ciò era peraltro coerente con la costante giurisprudenza di legittimità affermatasi con riferimento alle norme del codice civile dettate in materia di diritto societario, occorrendo recisamente evitare che i terzi possano sistematicamente mettere in discussione le scelte di impresa.

Una significativa conferma di tale prospettazione si ritrova nella copiosa giurisprudenza della Corte di cassazione che ha sistematicamente bollato come illegittimi gli atti impositivi fondati esclusivamente sullo scostamento tra percentuale di ricarico dichiarata e percentuale desumibile da imprese similari operanti nel settore, sempreché tale scostamento non sia «abnorme».

La sentenza 2613/2012 sembra tuttavia fare un deciso passo avanti nella direzione di legittimare l'azione del fisco. Le due circostanze invocate nella sentenza non sembrano invero affatto gravi, precise e concordanti. Così ragionando si finisce per rendere «non credibili» migliaia di situazioni che possono trovare tra le possibili giustificazioni, oltreché la sussistenza di imponibili non dichiarati, motivi affettivi, situazioni familiari, scelte di impresa di medio termine, errori di valutazione dell'imprenditore, modifiche nel segmento di mercato e relative barriere di ingresso, e via così. Circostanze, queste, assai difficili da provare in un processo, come quello tributario, gravemente menomato, stante la previsione racchiusa nell'art. 7 del dlgs n. 546/1992 che vieta l'utilizzo della prova testimoniale nel processo tributario.

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