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Reddito provato. E il fisco va ko

Giudizi sommari esclusi nell’accertamento sintetico, se il contribuente prova le fonti del reddito contestato. I giudici hanno l’obbligo di valutare l’idoneità della documentazione prodotta a giustificazione dell’acquisto e del mantenimento dei beni indici di spesa del c.d. redditometro. E lo scudo fiscale non è il salva condotto di ogni evasione compiuta dal contribuente.

Lo afferma l’ordinanza 15215/2021 della Cassazione, nell’accogliere uno dei motivi dell’articolato ricorso presentato dalla contribuente avverso la sentenza della Ctr Lombardia n. 2164/20/14, che aveva respinto l’appello presentato dalla stessa. La questione verteva su un avviso di accertamento, emesso a seguito di questionario e dell’esito infruttuoso di un’istanza di accertamento con adesione, in ordine a un maggior reddito imponibile per l’anno 2006, con cui era stato preso a riferimento il valore di beni e di incrementi patrimoniali (autoveicoli, un cavallo di equitazione, proprietà di una residenza principale e di sei secondarie, spese per collaboratori e premi di assicurazioni). La Corte ha ritenuto che la ricorrente avesse documentalmente provato che gli indici presuntivi di cui al dm 10/9/1992 (art. 2) fossero stati superati dai documenti prodotti (alcuni immobili non erano di esclusiva proprietà bensì solo per la quota del 50 per cento, altri di proprietà di un’altra società alla quale spettavano altresì le spese di mantenimento del cavallo, l’acquisto dell’autovettura era avvenuto con il ricavato della cessione di altri autoveicoli, a parte vari errori nel computo della spesa di acquisto, la ricezione di quindici bonifici dal padre, la titolarità di un patrimonio finanziario affidato in gestioni patrimoniali dalle quali traeva rendita). Tutti elementi fattuali per i quali la Ctr non aveva svolto la analitica valutazione che le competeva. I giudici di legittimità, hanno invece escluso l’eccezione invocata dalla ricorrente sulla formazione di un giudicato esterno di un precedente giudizio che non hanno ritenuto essere sussistente perché «nella specie, non può ravvisarsi alcun vincolo di giudicato determinato dalla sentenza della Ctp n. 345 del 2013 in relazione all’interpretazione giuridica della norma tributaria, ossia della legge n. 78 del 2010, ritenuta dai giudici provinciali applicabile alla fattispecie in esame». Parimenti hanno rigettato anche altre motivazioni che vertevano sull’efficacia c.d. «scudo fiscale-ter», di cui all’art. 12 bis dl 78/2009, in particolare affermando che la preclusione di ogni accertamento tributario «limitatamente agli imponibili rappresentati dalle somme costituite all’estero e oggetto di rimpatrio» non opera senza alcuna considerazione della corrispondenza quantitativa tra le somme rimpatriate e qualsiasi imponibile oggetto di accertamento. Così non è, lo scudo non può intendersi «una sorta di lasciapassare per tutte le evasioni eventualmente compiute dal contribuente entro un certo plafond» e non può prestarsi a precludere l’accertamento anche a riguardo ad imponibili in ipotesi non riconducibili, neppure astrattamente alle somme rimpatriate, pertanto, al di là delle oscillazioni del pensiero dell’Agenzia delle entrate (circolari n. 99/2001, 43/2009, 52/2010) «grava sul contribuente, a fronte del diritto di credito dell’Amministrazione al tributo, fondato sull’allegazione di un maggior imponibile, l’onere di dimostrare che la situazione o la pendenza tributaria siano state definite con l’adempimento di tutte le prescrizioni previste dalla legge sul condono».

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