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“Reddito minimo, Renzi prenda esempio da noi”

«Il presidente Renzi faccia come noi: introduca un reddito minimo di garanzia contro la povertà. L’Italia non può, essere insieme alla Grecia, il solo Paese europeo a non avere un istituto di questo tipo». Ugo Rossi è il presidente della Provincia autonoma di Trento dove dal 2009 esiste un reddito di garanzia per ridurre le aree del disagio sociale. È l’unico caso in Italia. Potrebbe essere un modello da copiare su scala nazionale. Tanto che proprio ieri il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, ha detto che in futuro la garanzia di un reddito minimo dovrà essere presa in considerazione.
Qual è il bilancio di applicazione del reddito minimo?
«Il reddito di garanzia è stato utilizzato da circa il 3,5% delle famiglie trentine (circa 7 mila famiglie) e ha consentito di dimezzare il tasso di povertà».
Quali sono i requisiti necessari?
«Ne hanno diritto coloro che non arrivano a un determinato livello di reddito annuale in relazione alla composizione del nucleo familiare. Per esempio: ad una famiglia composta dai genitori e un figlio si garantisce un reddito minimo di 7.600 (950 euro al massimo per otto mesi all’anno) ».
Nella concessione dell’assegno tenete conto anche del patrimonio delle famiglie?
«Nella valutazione della condizione si tiene conto del patrimonio, del reddito al netto delle imposte, delle spese mediche, degli eventuali interessi passivi sul mutuo ma anche dei consumi. Verifichiamo il possesso dell’auto, le dimensioni dell’abitazione, l’ammontare dell’affitto per verificare i consumi incompatibili con uno stato di indigenza».
Per quanto tempo viene erogato l’assegno?
«Per quattro mesi e può essere rinnovato per non più di tre volte in due anni. Ma c’è un vincolo importante: chi riceve l’integrazione al reddito è obbligato ad accettare qualunque offerta di lavoro. Perché l’obiettivo è quello di evitare che una situazione di povertà possa aggravarsi e non quello di erogare un assegno vita natural durante. Se non si interviene in tempo nelle situazione di disagio, queste rischiano poi di degenerare. E alla fine sono processi che costano di più, proprio in termini finanziari, alla comunità».
Chi sono i destinatari? Le famiglie di immigrati? Le famiglie più giovani?
«Intanto per averne diritto si deve essere residenti nella provincia da almeno tre anni in maniera consecutiva. C’è una prevalenza di famiglie giovani. Direi, infine, che per metà sono famiglie trentine e per l’altra metà famiglie di immigrati da paesi dell’est Europa, dalla Tunisia e dal Marocco ».
Quanto costa alla Provincia il reddito di garanzia?
«La spesa annua è di circa 21 milioni di euro l’anno. Sono interamente a carico della Provincia e dunque sono risorse che arrivano totalmente dal pagamento delle tasse dei trentini e non dai trasferimenti dallo Stato centrale. Non utilizziamo soldi “nazionali”».
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