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Reddito minimo, le Regioni giocano d’anticipo

A livello nazionale se ne parla da anni, ma intanto sette Regioni e le due Province autonome hanno già introdotto il reddito minimo, anche se con regole diversificate e risorse ancora limitate.
Chiamato, a seconda dei casi, «reddito minimo di inserimento» o «reddito di garanzia» o «di dignità», è un contributo mensile che presenta soglie d’accesso molto variabili (Isee da 3mila a 18mila euro), così come gli importi mensili (da 300 a 950 euro) e la platea dei possibili beneficiari (lavoratori usciti dalla cassa integrazione in deroga, famiglie numerose, nuclei con persone non autosufficienti).
Il tratto comune è che questo assegno, destinato alle famiglie in disagio economico, è generalmente abbinato a un percorso di inclusione sociale e lavorativa dei beneficiari.
Condizioni e beneficiari
Anche lo stato di attuazione è differenziato: mentre a Bolzano e a Trento il reddito minimo esiste già da anni, la Basilicata l’ha previsto nel 2014 e ha individuato in questi ultimi mesi la platea degli 8mila beneficiari. Il Friuli- Venezia Giulia sta procedendo con i bandi e la Giunta della Puglia ha iniziato il percorso ai primi di novembre con l’approvazione di un Ddl.
La Lombardia ha abbinato il «reddito di autonomia» a cinque interventi diversi: il contributo per il reinserimento lavorativo di disoccupati da oltre 36 mesi con Isee fino a 18mila euro, già titolari della dote unica lavoro (Dul); l’abolizione del superticket sanitario per le famiglie con reddito fino a 18mila euro; il bonus bebè per i secondogeniti e terzogeniti a famiglie con Isee fino a 30mila euro; il bonus affitti una tantum da 800 euro per i residenti nei Comuni ad alta tensione abitativa; l’assegno di autonomia (400 euro al mese) per un anno a favore di persone anziane o disabili con Isee fino a 10mila euro. Un insieme di misure che sono state avviate da ottobre per le quali «la Regione ha stanziato 50 milioni nel 2015 e 200 milioni nel 2016», come spiega l’assessore al Reddito di autonomia e inclusione sociale, Giulio Gallera.
Quasi sempre, la concessione del reddito minimo è subordinata all’impegno per il reinserimento lavorativo del beneficiario e a un collegamento con i servizi di politiche attive del lavoro. Questo ne fa una misura diversa dal “reddito di ultima istanza”, che si inserisce invece nelle politiche di lotta alla povertà e prescinde dalla possibilità di reinserire al lavoro il beneficiario, ad esempio perché anziano o impossibilitato a svolgere un’occupazione.
Le risorse
In quasi tutte le Regioni il finanziamento del reddito minimo avviene grazie alle risorse del Fondo sociale europeo (la Basilicata aggiungerà 40 milioni incassati dalle royalties per l’estrazione del petrolio, che prima erano destinati a un bonus carburante da 100 euro l’anno per 300mila automobilisti).
Le Regioni che per ora hanno attivato il reddito minimo destinano complessivamente a questa misura 138 milioni di euro in un anno: una cifra esigua rispetto ai 7,1 miliardi che, secondo l’Alleanza contro la povertà in Italia, sarebbero necessari per finanziare il reddito di inclusione sociale (Reis) a favore dei circa 4 milioni di individui che vivono in povertà assoluta, indipendentemente dal profilo anagrafico. Ma questo presupporrebbe un intervento statale su larga scala. Che dovrebbe arrivare con il Piano nazionale per la lotta alla povertà finanziato dal Ddl di Stabilità 2016.

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