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Reddito d’impresa verso il restyling

di Marco Mobili e Giovanni Parente

Il reddito d'impresa è destinato a un restyling. Dalle perdite su crediti ai dividendi da partecipazioni societarie in Paesi a fiscalità privilegiata, senza dimenticare il ritocco alla disciplina dell'indeducibilità degli interessi passivi su prestiti obbligazionari. C'è poi la certezza del diritto che dovrà necessariamente passare per la codificazione delle regole antielusive e dunque dell'abuso del diritto, per la rivisitazione dell'intero sistema sanzionatorio e per una definizione certa dei termini per l'accertamento.
Passa per queste strade il ritocco alle norme sul reddito d'impresa che sarà uno dei pilastri della nuova delega fiscale a cui sta lavorando il Governo. Un intervento che ormai dovrebbe andare di pari passo con il decreto semplificazioni, la cui approvazione era inizialmente prevista per domani, ma è poi slittata anche a causa del maltempo che ha colpito Roma e il resto d'Italia nell'ultimo fine settimana. Nel provvedimento che punta a ridurre le distanze tra fisco e contribuenti dovrebbe entrare con molta probabilità l'abbattimento della soglia dei 3mila euro per lo spesometro (per le operazioni tra partite Iva da comunicare al fisco si tornerebbe così al vecchio elenco clienti-fornitori), la proroga per versare l'imposta sulle attività scudate (la scadenza è fissata per giovedì), la depenalizzazione dei piccoli falsi per lasciare il posto a una sanzione proporzionale al valore del bene contraffatto, ma particolarmente elevata (si veda Il Sole 24 Ore di sabato).
Il piatto forte delle modifiche sul reddito d'impresa arriverà, invece, con la riscrittura della delega per la riforma fiscale, ora all'esame del Parlamento. Il nuovo disegno di legge a cui stanno lavorando i tecnici del Governo dovrebbe fissare i principi di norme particolarmente attese dalle categorie. È il caso, ad esempio, delle perdite su crediti vantati. Più volte le imprese hanno sottolineato come le regole esistenti sulla deducibilità siano ormai datate e creino molta incertezza. Oltre a non tener conto dei nuovi strumenti previsti dalla legge fallimentare per far fronte alle crisi d'azienda, la disciplina attuale non è chiara sia per quanto riguarda la dimostrazione richiesta per provare che le somme vantate non sono più esigibili, sia sul periodo d'imposta in cui è possibile procedere alla deduzione. Tra le soluzioni allo studio – e auspicate dal mondo produttivo – ci sarebbe l'introduzione di un plafond: una soglia minima al di sotto della quale è possibile "scontare" automaticamentel'importo non più recuperabile. In presenza di accordi di ristrutturazione dei debiti previsti dalla legge fallimentare, potrebbe essere prevista la piena deducibilità delle perdite su crediti. Allo stesso tempo le riduzioni di debito concordate in fase di accordo non dovrebbero essere soggette a tassazione. La riscrittura di queste norme diventa uno snodo cruciale in considerazione della crisi economica che rischia di aggravarsi nei prossimi mesi.
Altro passaggio chiave per rivedere il reddito d'impresa potrebbe essere quello di un nuovo "raccordo" tra i dividendi di società residenti in Stati a fiscalità privilegiata e la disciplina sulle società controllate all'estero (le cosiddette Cfc). La tassazione integrale in Italia degli utili d'impresa che derivano dai Paesi a fiscalità privilegiata potrebbe non riguardare le somme relative alle controllate straniere per le quali il contribuente ha già ottenuto già un parere favorevole dall'agenzia delle Entrate. E non dovrebbe essere il solo intervento sul fronte delle operazioni internazionali. Allo studio c'è anche una revisione dei principi che regolano la deducibilità dei costi per gli acquisti da rivenditori in Stati black list. Adesso, infatti, è necessaria una prova alternativa (effettiva attività economica della controparte o reale interesse economico allo scambio) che – in molti casi – è quasi impossibile riuscire a fornire.

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