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Redditest, un percorso pieno di insidie

Chi l’ha già provato si è reso conto che non è esattamente una passeggiata di salute. Chi ha intenzione di tentare (o di ritentare) nei prossimi giorni deve fare molta attenzione. Il redditest non è privo di insidie. Soprattutto per i contribuenti che tendono a delegare il “dossier fisco” al professionista di fiducia o al centro di assistenza tributario in prossimità della dichiarazione dei redditi. Essere consapevoli di alcuni campi del software – messo a disposizione la scorsa settimana dall’agenzia delle Entrate – può evitare di imbattersi nella spiacevole sensazione finale di un semaforo rosso, che indica l’incoerenza tra il reddito disponibile e il tenore di vita misurato attraverso i cento indicatori di spesa. Spiacevole in particolar modo per i soggetti che sono sempre stati in regola e si approcciano al nuovo programma per essere confortati della propria correttezza o semplicemente per curiosità.
Occhi ben aperti, dunque, già alla definizione di reddito che viene richiesto all’inizio della compilazione appena dopo aver lanciato il programma. Sono tre gli aspetti molto delicati. Prima di tutto viene chiesto il reddito dell’intero nucleo familiare, quindi vanno sommati quelli di entrambi i coniugi se si sceglie il profilo di una famiglia. Il reddito da inserire è lordo, non quello che entra materialmente in tasca ma quello su cui deve essere pagata l’Irpef e le addizionali. Terzo aspetto-chiave è che al reddito vanno aggiunte tutte le entrate che sono già tassate alla fonte: interessi su titoli di Stato e obbligazioni ma anche eventuali vincite a giochi a premi, concorsi e lotterie. Così come vanno aggiunti il Tfr e gli eventuali anticipi, i redditi percepiti per borse di studio o per dottorati di ricerca esenti da Irpef, gli assegni sociali Inps per gli over 65 e le pensioni di guerra per chi le percepisce.
Superato il primo ostacolo, arriva tutta la parte relativa alle spese: il vero core business del redditest. Capitolo casa. Non devono compilare solo i proprietari. Anche le famiglie in affitto sono chiamate a riportare il canone annuale pagato (si può far riferimento all’importo complessivo riportato nel contratto di locazione) così come i contribuenti che possiedono un immobile ad altro titolo, si pensi a chi risiede in una casa concessa in comodato d’uso da un genitore o da un altro familiare. Certo, se poi anche il proprietario fa il redditest lo stesso immobile si trova a essere preso in considerazione in due situazioni diverse: forse anche questo è un aspetto da monitorare in caso di successivi affinamenti del programma da parte del fisco.
L’obiettivo coerenza richiede anche ulteriori sforzi. Le spese mediche, per esempio, devono essere “depurate” dei rimborsi ottenuti nel caso in cui la famiglia abbia un’assicurazione sulla malattia. E c’è tutto l’ampio capitolo dei disinvestimenti. Le donazioni – fenomeno tutt’altro che raro nel welfare familiare italiano – vanno indicate. E qui alcune simulazioni effettuate evidenziano dei problemi, perché i regali di mamma e papà non scongiurano il semaforo rosso in caso di elevate spese correnti ma sembrano più che altro andare a neutralizzare gli investimenti effettuati (acquisti di immobili o di titoli, per esempio). Così come vanno indicati i finanziamenti ottenuti da un intermediario per l’acquisto di un’auto, anche se non stati materialmente incassati e sono, invece, arrivati direttamente al concessionario.
Precisione e pazienza, dunque, per arrivare vittoriosi al traguardo. Anche se l’esame più severo potrebbe essere quello di un futuro (e del tutto eventuale) accertamento del fisco, almeno il semaforo verde contribuirà a rasserenare la propria coscienza.

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