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Recovery,si cambia Piano e task force nuovi per evitare la crisi

Andare a Canossa per scongiurare il peggio, ripartendo da dove tutto è cominciato: lo strappo in Consiglio dei ministri sul Recovery plan. Ricucire la tela lacerata da Renzi, con il beneplacito delle altre forze di maggioranza, portando sul tavolo della verifica una nuova bozza del piano nazionale di ripresa, riscritta da Palazzo Chigi ma aperta alle modifiche suggerite dai partiti. Uscire dalla due giorni giallorossa con una proposta d’accordo — sulla ripartizione dei fondi europei, i progetti da realizzare, la struttura che dovrà eseguirli — stavolta condivisa da governo e maggioranza. L’esatto contrario di quanto avvenuto due settimane fa, quando in piena notte, a poche ore dal Cdm, fu inviato ai ministri un testo «calato dall’alto», mai discusso né condiviso.
Nell’ultima stesura la destinazione delle risorse resta pressoché invariato: circa il 60% andrà alla transizione verde e a quella digitale, attraverso un ambizioso progetto di digitalizzazione pubblica e del sistema produttivo; il restante 40% verrà destinato a scuola, ricerca, parità di genere, equità sociale e salute. Ma il peso di incentivi e investimenti è cambiato: i primi sono stati tagliati, i secondi aumentati. È un Conte determinato a chiudere l’incidente che ha incendiato l’alleanza e aperto inquietanti scenari di crisi quello che ieri ha incontrato le delegazioni prima del M5S e poi del Pd, in attesa di confrontarsi oggi con Iv e Leu. Un giro di consultazioni per partiti separati, senza però i rispettivi leader, con un obiettivo preciso: accelerare sul Recovery e ricompattare la coalizione. Sperando basti a spegnere le fiamme ed evitare un rimpasto dall’esito incerto. Che per alcuni potrebbe persino concludersi con la nascita di un nuovo esecutivo a guida Draghi. È la tesi di Renzi: «Bluffa chi dice che se cade Conte si vota, alle urne non ci vuole andare nessuno, i 5S in primis, e poi spetta a Mattarella deciderlo», ragiona il senatore coi suoi. Pronostici che spingono il premier a innestare la retromarcia. Piegandosi alla richiesta di «maggiore collegialità».
A farne la spese, innanzitutto, la governance del Recovery, che verrà rivista. Secondo l’ipotesi al vaglio in queste ore ma non ancora comunicata alla maggioranza, i progetti dovranno passare per il Cdm, mentre la parte esecutiva (in principio appannaggio del triunvirato Conte- Gualtieri-Patuanelli) dovrebbe essere affidata a un comitato ristretto composto da un ministro per ogni partito. La task force resterà, ma più snella e dotata di poteri meno ampi di quelli ipotizzati all’inizio. Sul punto il Pd pretende chiarezza: «Non può sostituirsi alle amministrazioni centrale e periferica dello Stato». Obiezioni alle quali Conte replica a tono: «Avremo comunque bisogno di qualche strumento che ci assicuri un monitoraggio. Ce lo chiede la Ue, che lo vuole puntuale, concentrato e centralizzato. Su questo però torneremo a discutere, non ho mai pensato a una struttura invasiva».
Non è neppure l’unico cedimento. «Basta polemiche, non possiamo permetterci ritardi, dobbiamo trovare presto una sintesi efficace, ne va della credibilità del Paese», aveva detto al mattino Conte intervenendo all’inaugurazione del Data Center di Modena. Perciò, annuncia, rivedrà le forze della coalizione: passaggio necessario per procedere con gli step successivi. Ovvero confrontarsi «con le Regioni, gli enti locali, le parti sociali», apre alla concertazione l’avvocato, come mai prima. E siccome si tratta di «un progetto nazionale», dovrà poi «tornare in Parlamento per la sua approvazione », scandisce, restituendo alle Camere quella centralità fin qui trascurata. Mutamenti subito registrati come «un fatto positivo» dal coordinatore di Iv Ettore Rosato.
Il tempo però stringe. Forte è il timore che Conte voglia fare ancora melina: «Bisogna fare in fretta, piano e governance vanno approvati entro fine anno», detta la tabella di marcia il Pd. In attesa del faccia a faccia decisivo: oggi, con i renziani.
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