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Recovery, tre cure per l’Italia dei divari

Sono tre gli assi strategici sui quali poggia il Recovery plan italiano da 209 miliardi: digitalizzazione e innovazione; trasformazione ecologica; inclusione sociale. Priorità di stampo europeo e ambiti nei quali l’Italia ha ancora tanta strada da fare. Una strada che non può essere percorsa senza tenere conto del fatto che il Paese soffre di uno sviluppo squilibrato tra i territori. E che gli investimenti vanno fatti tenendo conto di questi gap.

La cartina di tornasole è rappresentata da alcuni degli indicatori che ogni anno vengono utilizzati per fotografare la Qualità della vita, nella storica indagine del Sole 24 Ore: dalla diffusione della banda larga all’imprenditorialità femminile, fino alla produzione dei rifiuti. In tutto dodici indicatori che abbiamo riesaminato – aggiornandoli quando possibile – per mettere in luce le aree del Paese dove gli investimenti del Recovery plan potrebbero essere più urgenti e necessari . «Ci sono disparità forti tra Nord e Sud, ma talvolta anche all’interno delle singole province si notano differenze significative – afferma Enrico Giovannini, portavoce dell’Alleanza per lo sviluppo sostenibile – e la mappa dei divari dovrebbe costituire il compasso per ridisegnare tutte le politiche, anche a livello territoriale».

1- Digitalizzazione e innovazione

Sul piano dello sviluppo digitale emerge, nel complesso, un sostanziale ritardo del Paese: le imprese italiane che fanno e-commerce sono solo il 3,6% di quelle impegnate nel commercio al dettaglio, le start up innovative appena 7 ogni mille società di capitale, la banda larga copre meno di un terzo degli edifici (30,9%) e poco più del 10% dei residenti ha accesso a internet veloce. La distribuzione geografica è sbilanciata: nella copertura di banda larga (con Genova in testa) e nei servizi internet (Milano 1ª) brillano soprattutto le grandi città, con Napoli e Roma, che figurano in entrambe le top 10. La geografia delle imprese premia aree più piccole, ma concentrate per lo più al Centro-Nord come Monza e Brianza, Prato, Fermo e Lecco nel segmento e-commerce oppure Cuneo, Padova e Ascoli Piceno come fucina di start up innovative.

2 – Transizione ecologica

La transizione ecologica è una delle priorità dell’Ue, che ha di recente alzato l’obiettivo di taglio delle emissioni nette al 55% (almeno) entro il 2030. Una complessa trasformazione, per la quale l’Italia mostra punti di forza e debolezza: le province del Nord spiccano per soldi spesi in riqualificazioni energetiche – valori che dovrebbero registrare incrementi significativi sotto la spinta del superbonus 110% – con Pordenone (1ª) e Aosta (2ª), dove si è speso più del doppio della media. In fondo quattro province siciliane su cinque.

La fotografia ambientale mostra poi situazioni molto variegate: a produrre meno rifiuti pro capite sono alcune realtà del Sud, come Reggio Calabria e Potenza, mentre agli antipodi ci sono cinque province dell’Emilia Romagna. Il Mezzogiorno si distingue anche per i bassi consumi idrici, per i quali primeggiano Frosinone e la Lombardia. La Pianura Padana – tra aree industrializzate e microclima – è penalizzata dall’inquinamento atmosferico (premiate, invece, le aree interne).

3 – Inclusione sociale

L’Italia delle disuguaglianze emerge con grande evidenza, infine, nell’accesso alle politiche attive e alla formazione, oppure nel gap occupazionale e di genere. Resta alto tasso di Neet, meno di un quarto delle imprese sono capitanate da donne e solo il 27% degli italiani in media sono laureati. Con differenze territoriali che riservano qualche sorpresa.

È Milano la provincia con il “peso” più basso di imprese femminili. La minore incidenza di Neet si registra, oltre che a Bolzano, in province “medio-piccole” come Vicenza, Sondrio, Padova e Novara. Trieste svetta per il minor gap occupazionale tra maschi e femmine (seguita da Cagliari) e nell’incidenza di laureati, prima ancora delle città metropolitane.

L’integrazione delle risorse

Il superamento dei divari è già da anni al centro di fondi di provenienza Ue, per ultima la programmazione 2014-2020. Ecco perché è importante guardare ai numeri per orientare in modo integrato le politiche. Una delle critiche di Asvis alla bozza italiana è legata alla mancata integrazione con gli altri piani di investimento: «Le nuove risorse – aggiunge Giovannini – vanno affiancate a quelle ordinarie e alle programmazioni esistenti. Molte delle nuove decisioni caleranno sui territori e bisogna fornire un’idea chiara degli strumenti a disposizione per calibrare al meglio le decisioni degli enti locali. Serve una visione integrata per superare i ritardi».

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