Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

Recovery, tempi più lunghi dopo il no degli autocrati

Ungheria e Polonia bloccano il Recovery Fund per protesta contro il legame tra l’esborso dei fondi Ue e il rispetto dello stato di diritto deciso martedì scorso al termine del negoziato tra Parlamento europeo e governi. Ora Viktor Orbàn e Mateusz Morawiecki rischiano di incappare in pesantissime ritorsioni politiche da parte dei partner, furibondi in quanto per via del doppio veto sembra impossibile chiudere l’accordo sul fondo da 750 miliardi prima del vertice europeo del 10 dicembre.
Ieri a Bruxelles gli ambasciatori presso la Ue di Budapest e Varsavia hanno cercato di bloccare la rule of law , ma la norma è comunque passata a maggioranza qualificata. Così si sono rifatti stoppando gli altri due testi, che per procedere richiedevano l’unanimità. Forti del diritto di veto, hanno impallinato l’accordo sul Bilancio Ue 2021-2027 da 1.074 miliardi, motore dei classici fondi europei e precondizione per il lancio del Recovery, e l’aumento dei massimali delle risorse proprie dell’Unione necessario a garantire sui mercati gli Eurobond per raccogliere i 750 miliardi del Fondo.
I partner hanno reagito duramente, come dimostra il presidente del Ppe Donald Tusk: «Gli oppositori dei nostri valori fondamentali non dovrebbero più essere protetti da nessuno». Di fatto l’europeista ex premier polacco torna a chiedere l’espulsione dal centrodestra moderato del sovranista illiberale Orbàn, salvato a inizio anno da Forza Italia e dai popolari spagnoli. Per il macroniano Sandro Gozi, Ungheria e Polonia “bluffano” in quanto bloccare bilancio e Recovery farà perdere loro ingenti finanziamenti europei. Come dire, in fondo molleranno. Il punto ora è capire quando e come.
La questione sarà affrontata già oggi dai ministri degli Affari europei, ma saranno soprattutto i big dell’Unione a farsi sentire (con toni alti) con Orbàn e Morawiecki: si dà per certo che ad andare in pressing saranno Angela Merkel ed Emmanuel Macron così come i presidenti di Consiglio e Commissione Ue, Charles Michel e Ursula von der Leyen. Tuttavia in pochi scommettono sulla possibilità che dopodomani, in occasione del video summit sul Covid, i leader possano sbloccare il dossier, come suggeriva ieri sera lo stesso Orbàn insistendo con la cancellazione delle regole sullo stato di diritto per dare il via libera al pacchetto da oltre 1.800 miliardi vitale per rilanciare l’economia: «Non c’è accordo su nulla fino a quando non c’è accordo su tutto».
Ci vorranno tempi più lunghi per trovare un escamotage lessicale per permettere ai leader sovranisti di cantar vittoria senza riaprire i testi chiusi dopo mesi di negoziati, eventualità esclusa da tutti quanti. A partire da quello sullo stato di diritto, che per gli altri governi non si tocca. Ecco perché ora l’obiettivo è chiudere al summit del 10-11 dicembre.
Saranno soprattutto le pressioni politiche, durissime, a giocare un ruolo. Non solo con lo spettro dell’espulsione di Fidesz dal Ppe, non replicabile con il Pis polacco di Jaroslaw Kaczynski – dominus del governo Morawiecki – che siede tra i Conservatori, ma anche la minaccia di isolamento in Europa di Ungheria e Polonia. Al punto che già ora diversi paesi in caso di impasse prolungata immaginano di lanciare il Recovery senza Budapest e Varsavia, che a quel punto sarebbero considerate con un piede fuori dall’Unione.
Mentre in Italia scoppia la polemica con Fdi che difende Orbàn e Morawiecki e il centrosinistra che attacca Meloni e Salvini in quanto amici dei due, si fanno i calcoli su quando i primi soldi potranno arrivare dopo il ritardo accumulato nel negoziato tra Parlamento Ue e governi e ora il veto ungherese e polacco. Con un eventuale accordo al 10 di cembre, contando la pausa natalizia e il fatto che le ratifiche da parte dei parlamenti nazionali prenderanno tra i 2 e i 3 mesi, realisticamente il Recovery potrà partire a marzo anziché a gennaio, con i primi esborsi tra fine primavera e inizio estate. Non un dramma visto che le risorse sono già inserite nei bilanci nazionali. Ma un pessimo segnale politico: il panico scatterebbe in assenza di accordo a dicembre, con Bilancio Ue bloccato, Europa in esercizio provvisorio e Recovery al palo.
Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

Il caso Unicredit-Mps, che ha posto le premesse per il passo indietro dell’ad Jean Pierre Mustier ...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Con il lockdown la richiesta di digitalizzazione dei servizi finanziari è aumentata e le banche han...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Il Credito Valtellinese ufficializza il team di advisor che aiuterà la banca nel difendersi dall’...

Oggi sulla stampa