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Recovery spedito ai partiti. Spinta agli investimenti da 10 miliardi di Pil 2021

Addio al patent box, una limatura profonda degli incentivi anche negli altri progetti e un riequilibrio che prova a concentrare gli sforzi sugli investimenti. Il ripensamento nell’impostazione del Recovery Plan elaborato nei giorni scorsi dopo il fuoco aperto da Italia Viva, trova un riscontro puntuale nel piano che il ministero dell’Economia ha inviato nella tarda serata di ieri ai componenti del governo in vista del Consiglio dei ministri in programma alle 21.30 di questa sera. I tecnici di Via XX Settembre hanno lavorato per tutta la giornata alla ridefinizione dei numeri del documento – articolato in 179 pagine che descrivono le 6 missioni, 16 componenti e 47 linee di intervento – in vista del confronto finale prima dell’invio alle Camere. Rinviato a un successivo decreto il nodo della governance: il governo presenterà al Parlamento un modello di gestione «che identifichi le responsabilità della realizzazione del piano, garantisca il coordinamento con i ministri competenti a livello nazionale e gli altri livelli di governo, monitori i progressi di avanzamento della spesa».

«L’Italia intende essere protagonista del rinascimento europeo attraverso il rilancio degli investimenti pubblici e privati», si legge nell’introduzione. La spinta ulteriore agli investimenti, che ora assorbono oltre il 70% delle risorse contro il 21% riservato ai bonus (il resto è formazione e interventi “ibridi”) serve a far crescere le ambizioni degli effetti sulla crescita e, di conseguenza, le possibilità di gestire la montagna del debito pubblico. In cifre, significa che il governo affida al piano il compito di creare una crescita aggiuntiva da 6 decimali di Pil quest’anno (oltre 10 miliardi, il doppio delle stime collegate alla prima versione). L’ambizione, quindi, è alta anche nei tempi di attuazione e di ricaduta effettiva sull’economia. Nell’arco del piano, l’obiettivo è di portare il Pil tre punti sopra i livelli che avrebbe raggiunto senza l’intervento Ue. In altre parole, l’Italia del 2026 avrebbe una capacità produttiva di una sessantina di miliardi superiore rispetto a quella che avrebbe dimostrato con le proprie forze. Anche grazie al pacchetto di «riforme di contesto» su Pa, giustizia, scuola, lavoro, fisco e concorrenza inserite nel piano per produrre «una discontinuità decisiva» rispetto all’Italia bloccata degli ultimi decenni.

L’impianto definitivo poggia su tre gambe: i 196,5 miliardi della Recovery and Resilience Facility, i 13,5 dei programmi comunitari collegati a partire dal React Eu, gli 1,2 del Just Transition Fund. «L’insieme dei fondi europei compresi nel Quadro finanziario pluriennale e nel Next Generation – si legge nel piano – mettono a disposizione dell’Italia un volume di circa 309 miliardi nel periodo 2021-2029».

imanendo nel perimetro delle misure da finanziare con gli aiuti Ue, gli interventi aggiuntivi rispetto a quelli già previsti nel tendenziale di finanza pubblica valgono 108 miliardi, ma il complesso dei “nuovi” progetti ne totalizza 144,2 (contro 65,7 miliardi su progetti vecchi) grazie al fatto che l’Fsc è già conteggiato nei programmi di finanza pubblica ma non era fin qui stato collegato a progetti specifici.

Può rivendicare una vittoria il ministro della Salute, Roberto Speranza, che con Leu (si veda articolo a fianco) aveva chiesto il raddoppio dei fondi per la sanità. Anche i renziani possono sottolineare di aver inciso, mentre il Pd vede con favore la spinta ulteriore data agli investimenti. Basterà a evitare la crisi? Ieri il premier Giuseppe Conte ha rassicurato chi teme ulteriori ritardi: «Il Recovery Plan dobbiamo approvarlo domani sera. Dobbiamo correre». Ma i malumori non sono affatto sopiti. E non ha aiutato la lunga attesa del documento vissuta anche ieri.

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