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Recovery. Sì alle riforme volute dalla Ue e la cabina di regia sarà al Tesoro

Cambiare poco per cambiare tutto. La parte del discorso di Draghi sull’utilizzo dei fondi europei conferma che le direttive del piano italiano «resteranno quelle enunciate nei precedenti documenti del governo uscente», anche se «potranno essere rimodulate e riaccorpate». Tuttavia, il nuovo presidente del Consiglio aggiunge tre paletti che cambiano profondamente la filosofia dell’operazione.
Il primo è quello di collegare gli investimenti del piano governativo ad una serie di riforme che toccano pubblica amministrazione, fisco, scuola e giustizia, come chiedeva l’Europa. «Dovremo rafforzare il Programma prima di tutto per quanto riguarda gli obiettivi strategici e le riforme che li accompagnano», spiega Draghi indicando un obiettivo strategico preciso: «Queste risorse dovranno essere spese puntando a migliorare il potenziale di crescita della nostra economia».
Il secondo paletto riguarda l’entità della spesa. Non necessariamente, infatti, verranno utilizzati tutti i fondi messi a disposizione dell’Italia. «Avremo a disposizione circa 210 miliardi lungo un periodo di sei anni (..…) La quota di prestiti aggiuntivi che richiederemo tramite la principale componente del programma, lo Strumento per la ripresa e resilienza, dovrà essere modulata in base agli obiettivi di finanza pubblica». In pratica, Draghi avverte che, a parte i sussidi a fondo perduto, i prestiti europei a tasso più vantaggioso verranno chiesti non per coprire finanziamenti a pioggia, ma per investire con una logica imprenditoriale, senza gonfiare il debito pubblico in maniera non sostenibile. È questa la ragione per cui nel suo intervento non si fa cenno alla questione del Mes tanto cara a Renzi. Anche quelli del Meccanismo europeo di stabilità, infatti, sarebbero prestiti da restituire: inutile discuterne se il governo non intende neppure dare fondo a tutto il credito di Next Gen Eu.
Il terzo paletto tocca i cordoni della borsa: un tema su cui i ministri e i partiti si sono accapigliati senza fine nel precedente governo Conte. Anche qui la posizione di Draghi trancia ogni speculazione. «La governance del Programma di ripresa e resilienza è incardinata nel ministero dell’Economia e Finanza con la strettissima collaborazione dei ministeri competenti che definiscono le politiche e i progetti di settore ». Anche questa correzione di rotta, come le altre, rimette la strategia italiana in sintonia con quella del resto d’Europa. Inoltre, vista la perfetta intesa tra il presidente del Consiglio e il suo ministro dell’Economia, un “tecnico” proveniente da Banca d’Italia, non lascia dubbi su chi gestirà i fondi europei.
A questo proposito, interessante notare che Draghi avverte come «il ruolo dello Stato e il perimetro dei suoi interventi dovranno essere valutati con attenzione», anche perché «il settore privato deve essere invitato a partecipare alla realizzazione degli investimenti pubblici apportando più che finanza, competenza, efficienza e innovazione per accelerare la realizzazione dei progetti nel rispetto dei costi previsti». Benvenuti in Europa.
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