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“Recovery per sempre” la nuova battaglia tra falchi e colombe Ue

Come spesso capita nei palazzi di Bruxelles dietro una parola, che ha il suono della burocrazia o trasmette l’inconsapevole tentativo di non farsi comprendere, si nasconde una prospettiva rivoluzionaria e a volte si cela un muto scontro tra Paesi e famiglie politiche. Questa volta la parola che nelle stanze della Commissione e del Parlamento europeo disegna la grande novità – e nei prossimi mesi probabilmente anche la grande lite – dell’Unione europea è: “perennizzazione”.
Di che si tratta? Di rendere, appunto, “perenne” il Recovery Fund. Di allungargli la vita, ovviamente con altre risorse e con altri obiettivi riformatori, oltre la sua scadenza naturale del 2026. Equivale a trasformare definitivamente l’Ue. Cambiarne la natura, almeno quella che abbiamo visto in questi anni. Significa allargare i cordoni della borsa e rompere il tabù dei tabù: accettare per sempre il debito pubblico europeo. Far quindi evolvere le obbligazioni emesse dall’Unione – gli eurobond – da eccezione provocata dal Covid a procedura ordinaria.
Nonostante le prudenze e i timori, però, la “perennizzazione” sta diventando il vero oggetto delle discussioni tra leader e tra partner nazionali. Un’idea che attraversa trasversalmente i capi di Stato e di governo e i parlamentari. L’altro ieri, ad esempio, durante i colloqui avuti proprio a Bruxelles, il segretario del Pd Enrico Letta ha affrontato questo argomento con tutti. Ne ha discusso con la presidente della Commissione, Ursula von Der Leyen, e con il vicepresidente Dombrovskis – considerato un falco –. Ha saggiato l’opinione di Paolo Gentiloni e del presidente del Parlamento europeo, David Sassoli.
L’orientamento di quest’ultimi due era abbastanza prevedibile. Meno scontata la reazione degli altri due. Entrambi, infatti, non hanno per niente chiuso la porta all’ipotesi che farebbe compiere all’Unione un vero e proprio balzo in avanti. La presidente della Commissione ha dato la sua disponibilità ad approfondire il tema. E anche l’esponente lettone, che già lunedì scorso proprio nell’aula del Parlamento europeo si era fatto scappare questa frase: «È prematuro aprire un dibattito sull’opportunità di rendere permanente il Recovery. Sappiamo che la struttura è temporanea, ma più successo avremo nella sua implementazione, più spazio ci sarà per una discussione su uno strumento permanente di natura simile». «Non si può nascondere – è l’argomento usato da Letta – che il Recovery abbia avuto un impatto sull’opinione pubblica. Ed è uno strumento che consente all’Europa di metterci alla pari nella sfida con Usa e Cina. Ed è fondamentale in particolare per noi e per la Spagna».
Il dibattito, pur cruciale, è ancora agli inizi. Tante la variabili da calcolare. Una si presenterà tra quattro mesi: le elezioni tedesche. Dall’esito di quel voto molto si capirà. Soprattutto se nella formazione del nuovo esecutivo “post-Merkel” dovessero rivelarsi determinanti i liberali. Del resto basta andare a guardare gli atti preparatori del congresso dell’Alde, il gruppo dei liberali a Bruxelles, che si terrà il prossimo mese. È stata presentata una mozione firmata dai liberali olandesi, danesi e tedeschi, in cui si chiede che i soldi del Next-GenerationEu siano trasferiti solo e soltanto dopo che i Paesi percettori abbiano realizzato tutte le riforme richieste. Praticamente cancellando il protocollo che accompagna il finanziamento semestre per semestre con le singole riforme. La linea dei “frugali” è anche il motivo per cui sempre Dombrovskis, il giorno dopo l’audizione con gli eurodeputati, ha dovuto in parte correggersi. Sebbene in privato ammetta apertamente che questo sarà il cuore della discussione a Bruxelles nei prossimi mesi e nei prossimi anni. Magari già fine anno quando Gentiloni dovrà presentare la sua proposta sulla ulteriore sospensione del Patto di Stabilità’. Quello sarà un appuntamento cruciale.
Insomma, gli scogli lungo questo percorso sono ancora tanti. Di certo, una strada di questo tipo renderebbe definitivamente l’Unione non solo monetaria. «Per raggiungere questo obiettivo però – avverte l’ex premier italiano – noi e la Spagna dobbiamo raggiungere tutti i nostri target. Siamo i sorvegliati speciali. Il 45 per cento del Recovery è per noi. Se lo finalizziamo, nessuno potrà mettersi di traverso. Altrimenti, sarà solo un esperimento per una singola stagione. E l’Italia, con il debito pubblico che si ritrova, non avrà più la forza di fare investimenti. Solo con il debito comune possiamo pensare di programmare il futuro». La partita è iniziata.
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