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Recovery sbloccato La Ue: Italia, corri o perderai i fondi

Al primo giorno del vertice di Bruxelles, i capi di Stato e di governo dell’Unione superano il veto di Polonia e Ungheria ai 1.800 miliardi per la ripresa del Recovery e del Bilancio Ue 2021-2027. «L’Europa va avanti», esulta Ursula von der Leyen. L’accordo porta la firma di Angela Merkel: è lei a scodellare una bizantina dichiarazione politica che di fatto regala ai sovranisti Orbàn e Moraviecki un anno e mezzo di tempo – prezioso in vista delle elezioni domestiche prima che entri in vigore la norma che vincola l’esborso dei fondi Ue al rispetto dello stato di diritto. Al contempo gli altri partner riescono a dribblare il doppio veto senza cedere sulla legalità. «L’Europa non rinuncia ai suoi valori», afferma Emmanuel Macron.
«Ora avanti tutta con la fase attuativa: dobbiamo solo correre», commenta il premier Conte. Sembra voglia rassicurare i partner sulla capacità del governo di farsi trovare pronto allo storico appuntamento con i 209 miliardi del Recovery destinati al nostro Paese. Il presidente del Consiglio nei corridoi dell’Europa Building si intrattiene con i colleghi, a partire da Merkel e Macron, e da tutti si sente rivolgere le stesse preoccupate domande sulle tensioni interne alla maggioranza, sugli scontri con Matteo Renzi, sulla tenuta del suo esecutivo. Non a caso il presidente del Parlamento, David Sassoli, afferma: se il governo cadesse con il Recovery plan nazionale da approvare, «l’Italia la pagherebbe davvero cara ».
Se diversi leader si congratulano con Conte per la vittoria parlamentare sul Mes, a nessuno sfugge che il premier si è presentato a Bruxelles senza il piano e senza la governance per la gestione dei fondi, ritenuta fondamentale per evitare che vengano sprecati. Non a caso in molti si informano sui tempi e chiedono rassicurazioni sulla capacità del premier di gestire la maggioranza. Proprio oggi il ministro Enzo Amendola incontrerà la task force Ue addetta al Recovery italiano.
Il summit si occupa di temi chiave per il futuro dell’Unione come Covid, Brexit, Turchia e Green deal (quasi fatta per il taglio del 55% di CO2 entro il 2030) . Per questo il bubbone italiano ancora non esplode pubblicamente. Eppure se il governo non accelererà, nelle prossime settimane diventerà un tema visto che la riuscita del rivoluzionario Next Generation Eu dipende da come il suo primo beneficiario, Roma, userà i fondi.
Le preoccupazioni europee sono dovute alla litigiosità e alla lentezza decisionale della maggioranza di Conte. Con due ricadute concrete. La prima, i tempi di presentazione del piano. Bruxelles vuole una bozza completa del nostro Pnrr per poterla limare prima della sua notifica formale, in modo da non correre rischi in sede di approvazione. Con il via libera di ieri a Recovery e budget partono le ratifiche parlamentari nazionali per permettere alla Commissione Ue di andare sui mercati per rastrellare i 750 miliardi con i nuovi eurobond. Per completare le ratifiche, (salvo bocciature) ci vorranno non meno di due mesi. Insomma, il Recovery anziché a gennaio partirà tra febbraio e marzo.
Bruxelles però vuole anticipare i tempi, punta a non aspettare fino a primavera per aprire alle notifiche formali dei piani nazionali: si ragiona sulla possibilità di anticiparle a metà gennaio, quando sarà entrato in vigore il regolamento sul Recovery (Rrf) al momento oggetto di negoziato tra le istituzioni Ue: visto che per l’approvazione dei piani ci vorranno fino a 3 mesi, la Commissione vuole che tutti i paesi siano pronti quando a giugno arriverà la prima tranche del Recovery. Per l’Italia 20 miliardi. Ecco perché Roma deve correre.
Non solo, il secondo punto che (anche più del primo) preoccupa gli europei è legato alla governance, oggetto dello scontro tra Conte e Renzi. L’Italia, ricordano a Bruxelles, è tra i paesi con la percentuale più bassa di assorbimento dei tradizionali fondi europei. Uno spreco che con il Recovery sarebbe ancor più beffardo: la Commissione svolgerà un monitoraggio periodico sull’avanzamento dei progetti da finanziare con i 209 miliardi e sbloccherà le tranche solo se i lavori rispetteranno i tempi stabiliti. Se così non fosse, non solo la tranche andrebbe persa, ma i fondi andrebbero comunque a debito perché rastrellati sui mercati da Bruxelles a nome dell’Italia.
Ecco perché per gli europei più che la disputa su chi gestirà i soldi, ministri o manager, conta che l’Italia nella governance inserisca procedure speciali per l’impiego dei fondi, una sburocratizzazione che elimini le strozzature amministrative che storicamente fanno sprecare al Paese i finanziamenti Ue. Un punto fondamentale che gli europei temono venga perso di vista nel marasma delle liti di maggioranza.
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