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Recovery, pronto il nuovo piano. Fondi aggiuntivi a 120 miliardi

La nuova bozza del Recovery Plan è pronta. I ministri dell’Economia, Roberto Gualtieri, e delle Politiche europee, Vincenzo Amendola, dovrebbero mandarla stamattina al premier Giuseppe Conte. Il numero fondamentale, quello che misura il rapporto fra prestiti aggiuntivi (che producono deficit aggiuntivo) e prestiti sostitutivi di finanziamenti nazionali già previsti nei tendenziali (senza deficit e con una limitura alle spesa per interessi), non cambia nella sostanza rispetto alla seconda bozza, quando Gualtieri aveva già fatto lo sforzo massimo possibile facendo crescere le risorse aggiuntive di 15 miliardi circa, dai 105 della prima bozza a 120 miliardi (si veda Il Sole 24 Ore del 27 dicembre). Sul tentativo di allargare i prestiti aggiuntivi in deficit ha giocato parte della sua partita politica il leader di Italia Viva, Matteo Renzi, ma nel faccia a faccia della scorsa settimana Gualtieri ha spiegato che è rischioso andare oltre i livelli di deficit definito dalla soglia di prestiti aggiuntivi indicata nel piano.La partita – non solo con Iv ma anche con le altre forze politiche che Gualtieri e Amendola hanno consultato in questi giorni – si è quindi spostata sulla ripartizione di quei 15 miliardi di risorse aggiuntive, la metà dei quali andranno a potenziare il capitolo 3 sulle infrastrutture per una «mobilità sostenibile», e più in generale sullo spostamento di risorse fra gli iniziali 52 progetti che dovrebbero essere ridotti.

Il piano che arriva sul tavolo di Conte ha dunque più risorse aggiuntive (120 miliardi, quasi il 60% del totale dei 196 miliardi del Piano nazionale di ripresa e resilienza), suddivise probabilmente fra un numero minore di progetti e con una selezione più accurata delle priorità politiche. Più risorse alle infrastrutture e più risorse alla sanità: queste sono due battaglie che Renzi potrà dire di avere vinto. Così come potrà intestarsi l’eliminazione di quel centro per la cybersecurity che Conte voleva e che ha fatto dentro e fuori dalle bozze di questi giorni.

Resiste agli attacchi renziani, invece, il Superbonus 110% per l’efficientamento energetico degli edifici abitativi, bandiera del sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Riccardo Fraccaro, e di tutto il Movimento cinque stelle. Non c’è ancora chiarezza, per altro, sulla proroga della misura che M5s vorrebbe a fine 2023 ed è per ora fissata a giugno 2022 (sia pure con la possibilità di concludere i lavori a fine 2022 a certe condizioni). Finora Gualtieri aveva resistito alla richiesta di spostare risorse per il Superbonus da sostitutive (17 miliardi circa) ad aggiuntive (5 miliardi) ma negli ultimi giorni c’era stata un’apertura e una delle bozze riportva una proroga alla fine del 2033 (ma altre no).«Possiamo discuterne, ma se il problema è il deficit allora vogliamo cancellare le misure spot dei Cinque Stelle», aveva detto Renzi proprio con riferimento al Superbonus.

L’altro tema – attribuito a una richiesta europea che però non è stata inoltrata in termini formali, ma che era poi stata fatta propria dal Pd – è lo spostamento di risorse dagli incentivi agli investimenti. Meno bonus, più investimenti diretti. Per ora la vittima di questa linea sembra, nel capitolo Transizione 4.0, il superammortamento per gli investimenti tradizionali delle imprese (non destinati cioè alla trasformazione verde).

«Sulle politiche industriali è stata accolta la sollecitazione a rafforzare la componente degli investimenti – si fa sapere da Largo del Nazareno – finalizzando le risorse ai progetti con maggiore impatto trasformativo e capaci di sviluppare filiere nei settori più avanzato dal punto di vista tecnologico, della sostenibilità ambinetale, dell’innovazione sociale e culturale».

Il Pd mette a segno anche un’altra battaglia di queste ore, la crescita delle risorse destinate agli ammortizzatori sociali.

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