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Recovery Plan da riscrivere, si parte da riforme e procedure

Riscrivere e rimettere in piedi il Recovery Plan è per Mario Draghi al tempo stesso una priorità e un’urgenza. Insieme al piano vaccini, è al primo posto della lista di impegni che gli ha affidato il presidente della Repubblica Mattarella ricordando la scadenza di aprile. Il presidente incaricato non si è sottratto: ieri ha fatto riferimento alle «risorse straordinarie dell’Unione europea», da pianificare per rilanciare il Paese, con «sguardo attento alle giovani generazioni» e con l’obiettivo del «rafforzamento della coesione sociale». Draghi ha anche parlato di «dialogo con le parti sociali» che a più riprese avevano chiesto di poter giocare un ruolo attivo nella formazione e nell’attuazione del Piano.

Riscrivere il Recovery Plan significa per Draghi impostare rapidamente il confronto con il Parlamento (che già lo sta discutendo e farà raccomandazioni al governo) e soprattutto entrare in sintonia con la commissione Ue su almeno due punti che lo stesso commissario Paolo Gentiloni ha evidenziato come critici: 1) indicare «obiettivi misurabili» degli investimenti finanziati, che non è solo un tecnicismo o un allegato, ma un metodo per selezionare i progetti in base alla capacità di raggiungere gli obiettivi indicati; 2) indicare e spiegare le riforme che Bruxelles considera parte integrante del piano e la bozza del governo liquida invece con poche e generiche parole. Draghi dovrà far capire che i fondi del Recovery non sono un regalo, ma un impegno concordato per rafforzare il potenziale di crescita (con le chiavi green e digitale) in un quadro di stabilità finanziaria. L’articolo 16 del regolamento Ue sul Recovery Fund in via di approvazione (proposta 2020/104) prevede fra i criteri di esame Ue, alla lettera a) del comma 3, la valutazione «se il piano per la ripresa e la resilienza è in grado di contribuire ad affrontare in modo efficace le sfide individuate nelle pertinenti raccomandazioni specifiche per paese rivolte allo Stato membro interessato». Per l’Italia sono cinque riforme fondamentali: giustizia, concorrenza, Pa, fisco, mercato del lavoro. Le prime tre sono quelle che la Ue considera urgenti, ma anche le altre due vengono raccomandate da tempo. Non basta il cenno generico della bozza, al nuovo governo serve invece un’intesa programmatica almeno per spiegare in quale direzione e con quali provvedimenti dovrebbero procedere.

La riforma della pubblica amministrazione, in particolare, ha una doppia valenza. Oltre a essere una riforma strutturale chiesta all’Italia da tempo per accrescere la produttività del sistema, è anche un passaggio decisivo per l’attuazione del piano. Servono procedure chiare ed efficaci sia nella fase ascendente del piano (programmazione, progettazione, autorizzazioni) sia in quella esecutiva sia nella rendicontazione che sarà particolarmente severa da Bruxelles. Per quest’ultimo punto è previsto un primo decreto del Mef entro fine febbraio. Su tutto questo interviene ancora il regolamento Ue secondo cui i Paesi membri devono «garantire un’attuazione efficace del Piano». Altrimenti, bocciatura. Non solo: i contributi possono essere annullati se non si rispettano i target nell’attuazione.

L’ex premier Conte aveva annunciato un secondo Dl semplificazioni dopo il passo fatto con il primo Dl dello scorso luglio (che dopo sei mesi non è ancora attuato). Potrebbe essere proprio questo – un decreto per dare certezza ai tempi delle procedure del Recovery e magari definire quella governance che aveva bloccato Conte – uno dei primi provvedimenti del nuovo governo.

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