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Recovery Plan, su impatto deficit e concorrenza i dubbi del Senato

Nella bozza di Recovery Plan approvata dal governo ci sono “troppi” interventi rubricati come aggiuntivi rispetto al deficit previsto nei piani di finanza pubblica?

A lanciare la domanda è il servizio Studi del Senato, che prova a districarsi nei numeri di un Piano che stando al documento ufficiale lascia più di un margine di dubbio sui conteggi alla base del programma di interventi. Il cuore del problema risiede nell’entità degli interventi qualificati come «aggiuntivi». Che rispetto alle prime bozze sono cresciuti, ma senza modificare il profilo di deficit. In teoria, le spese davvero «aggiuntive» rispetto ai tendenziali producono maggiore disavanzo (e hanno un effetto espansivo sul Pil), quando non sono finanziate dai sussidi (grants) che non incidono sull’indebitamento. Ma nel piano le due grandezze sembrano seguire binari non paralleli.

Le incognite, intrecciate fra loro, sono due: nel complesso la bozza di Recovery contempla misure per 223,9 miliardi, ma la quota finanziata dalla Facility comunitaria si ferma a 209,5 miliardi. Nei numeri del piano italiano è compresa una quota di Fondo di sviluppo e coesione, per 21,2 miliardi, che serve appunto a finanziare «nuovi interventi». Nasce da qui la sottolineatura dei tecnici di Palazzo Madama, secondo cui «le informazioni contenute nel documento non consentono di verificare se si preveda che il profilo dell’indebitamento netto associato all’utilizzo dell’Fsc, per la componente anticipata nell’ambito del Pnrr, resti invariato rispetto alle previsioni tendenziali».

La soluzione dell’enigma, a quanto risulta al Sole 24 Ore, risiede nel fatto che il Fondo di sviluppo e coesione inserito nel Pnrr non è aggiuntivo rispetto ai tendenziali. Il suo collegamento a «nuovi» progetti nasce dal fatto che i fondi non erano ancora stati destinati a investimenti specifici, e il loro utilizzo è servito a mostrare una crescita dei progetti «aggiuntivi» rispetto alle prime versioni anche per venire incontro alle richieste di Italia Viva. Tentativo che non ha però avuto effetto sulla crisi nella maggioranza.

In quest’ottica, gli interventi effettivamente «aggiuntivi» rispetto ai tendenziali di finanza pubblica nell’ambito della Facility restano quelli finanziati con i 65,9 miliardi di sussidi e con una quota da 40,7 miliardi di prestiti, mentre gli altri 86,9 miliardi di loans sarebbero impiegati in sostituzione delle risorse italiane per finanziare misure già inserite nei programmi nazionali. Su tutto questo, come nota il dossier del Senato, la bozza governativa non offre indicazioni univoche.

Un’altra prova indiretta arriva però dal fatto che l’aumento dell’effetto espansivo sul Pil rispetto alle prime versioni, dal 2,3% al 3% del Pil a regime dal 2026, non deriva da un aumento delle risorse destinate a nuovi progetti, ma da un ridisegno che ha concentrato le risorse sugli investimenti pubblici, a cui i modelli macroeconomici attribuiscono un moltiplicatore maggiore.

Proprio a Palazzo Madama sarà avviato l’esame parlamentare del Piano, partendo con le audizioni del governo, probabilmente con il ministro Amendola, e del commissario Ue Paolo Gentiloni. Si dovrebbe partire la prossima settimana. Nel loro dossier, i tecnici del Senato riservano perplessità anche a un altro aspetto, l’accenno troppo vago al tema della concorrenza. È una delle grande riforme che ci chiede la Commissione europea, ormai quasi con cadenza annuale nelle sue Raccomandazioni. Eppure il Piano italiano gira attorno all’argomento senza centrarlo, mettendo in correlazione la promozione della concorrenza con la transizione digitale, con gli incentivi 4.0, con la cybersecurity, con la banda larga e persino con le tecnologie satellitari come il lancio di una costellazione per il monitoraggio della Terra. Facile per il Servizio Bilancio sottolineare che il Piano «non fa riferimento alla concorrenza nell’ambito del funzionamento dei mercati». Fa eccezione, ma pur sempre con un carattere di totale genericità, solo il riferimento a una «riforma delle concessioni statali che garantirà maggiore trasparenza e un corretto equilibrio fra l’interesse pubblico e privato».

I tecnici i Palazzo Madama ribadiscono la tesi già espressa dalla Commissione Bilancio della Camera nella sua relazione sulle linee guida del Recovery Plan. La commissione si era soffermata sull’insoddisfacente dinamica della produttività italiana, penalizzata anche dalle barriere nell’accesso ai mercati. E rifacendosi proprio alle raccomandazioni Ue, i deputati avevano rimarcato la necessità di affrontare le restrizioni, in particolare nel settore del commercio al dettaglio e dei servizi alle imprese, anche mediante una nuova legge annuale sulla concorrenza. Per la cronaca, nonostante l’obbligo sia del 2009, l’unica legge risale al 2017. Vani finora gli appelli di Bruxelles a completarne l’attuazione e a metterne in pista un’altra.

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