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Recovery plan, flussi dei fondi vincolati a controlli semestrali

Recovery plan, flussi dei fondi vincolati a controlli semestrali
La governance Ue. Marco Buti Capo di Gabinetto del Commissario europeo agli Affari economici all’evento del Sole 24 Ore sul Pnrr: «Prima il pagamento avveniva a pie’ di lista, ora ci sono obiettivi»

Un cambio di passo, un cambio di logica: il controllo semestrale dei risultati dei piani di rilancio nazionali, ai quali saranno condizionati i versamenti dei fondi del Recovery plan europeo, è l’aspetto più evidente – ma non l’unico – della svolta della politica economica europea. «Si passa da una logica di input a una di output – ha spiegato Marco Buti, direttore generale per gli Affari economici e sociali della Commissione europea e capo gabinetto del Commissario Paolo Gentiloni in un panel dell’evento digitale del Sole 24 Ore «Pnrr: sfide e opportunità per il sistema Italia». Il Forum, aperto da un intervento del direttore del Sole 24 Ore, Fabio Tamburini, ha registrato oltre 5mila utenti connessi.

«Prima il pagamento avveniva a pie’ di lista, ora ci sono obiettivi intermedi e finali da superare per ottenere i finanziamenti», ha detto Buti. Le verifiche si susseguiranno a ritmo serrato perché è la natura stessa del progetto a imporlo: «Dovremo impegnare il 70% delle risorse entro fine 2022 e il resto entro il ’23, e completare il programma entro il 2026-27».

È una svolta importante, politica e non solo tecnica. È cambiata la logica. «C’è uno sforzo collettivo comunitario: siamo anni luce di distanza dalla crisi europea del 2010, quando Sarkozy e Merkel annunciavano accordi intergovernativi che gli altri dovevano seguire», ha detto Buti, riferendosi alla compressione delle istituzioni della Ue voluto dall’accordo di Deauville del 2010 tra Parigi e Berlino.

Qualcosa, di quel periodo, è però rimasto. Buti non ha difficoltà ad ammetterlo, come «chiosa» al suo discorso. «All’interno dell’ambizione generale, che ha permesso il cambio di passo, il Consiglio Ue ha però ridotto la portata dei “beni pubblici” europei rispetto alle proposte della Commissione». In questo senso, c’è il rischio – come ha suggerito Alberto Orioli, vicedirettore del Sole 24 Ore e moderatore del panel – di una divergenza tra Paesi. «Noi abbiamo dato un’indicazione di base: una forte priorità alla transizione energetica, alla quale va destinato il 37% delle risorse, e alla transizione tecnologica, alla quale va destinato il 20%: poi i Paesi hanno la libertà di disegnare le proprie strategie», ha spiegato Buti.

Lo sforzo collettivo non tocca solo ai governi. «L’approccio tecnocratico funzionerà, ma non può andare molto lontano», ha detto Buti, secondo il quale occorre una «mobilitazione generale», «un grado di appropriazione collettiva degli obiettivi e dell’approccio del piano». In gioco è il futuro dell’Unione. «Dal successo dei piani nazionali, e soprattutto da quello italiano, che è il più grande, dipenderà il futuro della Ue», ha detto Buti, precisando che anche nella possibile discussione sul patto di stabilità sarà determinante «la fiducia reciproca dei Paesi membri che dipenderà dall’attuazione dei piani nazionali».

Sarà facile superare le verifiche? «Abbiamo molto insistito nella fase di negoziazione informale perché maggiore sarà l’accordo all’inizio, meno problemi ci saranno dopo», ha detto Buti mentre Silvia Merler, economista alla Algebris, ha sottolineato come il aiuterà l’Italia, perché introduce «politiche strutturali, di lungo periodo, che mitigano il problema storico che abbiamo»: la scarsa volontà, legata alla volatilità politica, di incidere in modo strutturale. Soprattutto «l’Italia diventa un beneficiario netto», in Europa, e questo mitiga il problema del debito, che pesa sulla crescita.

Il recovery plan, oggi «strumento limitato nel tempo e nelle risorse», può allora davvero diventare «un primo passo verso una politica fiscale comune», ha aggiunto Lucas Guttenberg, economista al Jacques Delors Institute di Berlino: «In politica quello che è stato fatto una volta, può essere fatto più volte». L’economista e storico Giulio Sapelli ha invece sottolineato i limiti del piano, che introduce un’«economia regolata» in un’Unione che non ha uno stato di diritto, non ha una costituzione ed è composto da paesi dal diverso potere. In Italia, inoltre, non rende protagoniste le piccole e medie imprese.

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