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Recovery Plan da costruire tra esami Ue e manovra

Il governo prova ad accelerare sugli assi portanti del Recovery Plan, in un percorso inedito in cui però le incognite superano ancora le certezze. Sul piano tecnico e su quello politico.

Ieri la riunione dell’organismo tecnico (Ctv) che supporta il Comitato interministeriale sugli Affari europei (Ciae) nella definizione del Piano, è servita a fissare le regole d’ingaggio delle prossime settimane: il comitato sta raggruppando nei «cluster» indicati dalle Linee guida la montagna di proposte arrivate dai ministeri, con una prima scrematura che scarta i doppioni e le indicazioni più palesemente datate o incoerenti rispetto alle missioni del Recovery. In questi giorni un fitto calendario di incontri bilaterali con i ministeri servirà a fare la selezione vera e propria che raggrupperà le proposte nella prima griglia di cui discutere con Bruxelles. E questo primo impianto, ha ribadito il ministro per gli Affari europei Enzo Amendola nella riunione, dovrà essere pronto per il 15 ottobre. Per avviare il confronto con la Commissione.

Roma, insomma, conferma l’intenzione di correre, dopo un avvio reso caotico dalle quasi 600 indicazioni ministeriali. Ma il calendario è critico su più livelli. Italiano ed europeo.

Perché il Next Generation Eu è al momento un accordo politico tradotto in bozze, che per diventare regole definitive hanno bisogno del passaggio al Parlamento europeo e con tutta probabilità di un trilogo per mettere d’accordo Commissione, Consiglio e Parlamento. In un processo che non si concluderà prima di gennaio.

Ma se giuridicamente il Next Generation non esiste ancora, come può essere utilizzato nella legge di bilancio e nella Nota di aggiornamento al Def all’inizio della prossima settimana, fra il 28 e il 29 settembre? Questione importante per tutti i Paesi ma cruciale soprattutto per l’Italia, che ha il debito più alto fra i grandi dell’Eurozona ed è la prima destinataria dei fondi del programma Ue.

Proprio l’incrocio di questi due fattori alimenta la spinta del governo a tagliare i tempi, anche se le caselle da completare sono tante a partire dal via libera di Eurostat sul fatto che i sussidi non incidano su deficit e debito.

Nella Nadef in ogni caso il programma di finanza pubblica indicherà gli obiettivi a cui il governo vuole puntare con i fondi della Recovery and Resilience Facility, che in base al calendario europeo nella prima fase sono concentrati sui sussidi con l’impegno del 70% nel 2021-22. La quota 2023 dipenderà dal ricalcolo basato sulla caduta del Pil di ogni Paese, ma un’indicazione di massima è già possibile. Sul piano formale, però, il tutto potrebbe essere affiancato da un quadro programmatico senza Recovery (Sole 24 Ore di domenica), necessario a non affidare il programma ufficiale di finanza pubblica solo a fattori che giuridicamente sono ancora indefiniti. Più complesso è il tema dell’utilizzo dei fondi Ue nella legge di bilancio. Non solo per i tempi di cottura della legislazione europea. I sussidi, se non pesano su deficit e debito, possono agire sotto la linea, cioè fuori dai saldi del bilancio dello Stato, in modo simile ai finanziamenti del Quadro finanziario pluriennale comunitario. Ma le misure che finanziano devono essere approvate da Bruxelles, in base ai quattro parametri base per la valutazione (coerenza interna dei piani, rispondenza al Pnr e alle Raccomandazioni Paese della Commissione e impatto sulla finanza pubblica; Sole 24 Ore del 10 settembre) e alla griglia dettagliata proposta nelle Linee guida della Commissione la scorsa settimana. In un quadro così articolato, è complicato scrivere a metà ottobre in un testo di legge che i fondi della Facility finanzieranno questa o quella misura specifica. Anche se inevitabilmente il dibattito politico si concentra esattamente su questo punto. Come mostra la bozza di relazione sul Recovery che la commissione Bilancio della Camera si appresta a esaminare: che oltre chiedere un portale pubblico per riportare progetti e stati di avanzamento aggiornati, elenca una serie di interventi da finanziare con il meccanismo comunitario, dagli incentivi alla partecipazione femminile al lavoro (darebbe mezzo punto di Pil secondo la relazione) al salario minimo fino a nuove semplificazioni nella Pa. Ma la strada che porta alle norme con le misure targate Recovery rischia di essere più lunga.

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