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Recovery plan avanti La strada del Conte «ter» ma lui teme trappole

È convinto di poter ancora salvarsi, anche se ripete sempre più spesso «mi vogliono solo far fuori», a chi lo consiglia, a chi cerca di convincerlo che un percorso esiste. E in quel momento la lucidità cede il passo all’ossessione e al sospetto, prevalenti su tutto il resto.

È terrorizzato dall’idea delle dimissioni, perché non si fida di Renzi, e forse nemmeno del Pd, dopo le critiche di Orlando e di altri esponenti. Teme e allo stesso tempo non accetta di essere ridimensionato oltre un livello che lederebbe la sua dignità politica, perché «c’è un limite a quello che posso concedere».

È ancora solleticato dall’idea di uno showdown in Senato, per vincere la sfida parlamentare contro Renzi magari con l’aiuto di qualche senatore. Ma in questo caso tutti lo sconsigliano, anche al Quirinale, perché potrebbe essere solo una vittoria di Pirro, in grado di reggere soltanto nel breve periodo, un successo di cartapesta soggetto a troppe variabili per non sgranarsi nel giro di qualche settimana o qualche mese, dinanzi a nuovi passaggi delicati in Senato.

Ma c’è un quarto stato d’animo, confessato a più di un interlocutore: quello di un suo partito. Se la situazione dovesse precipitare, se non ci fossero alternative al voto, «abbiamo la campagna elettorale pronta», sbandierano sottovoce e forse anche con millanteria nel suo staff. Di sicuro non è solo fantasia: alcuni ministri dei 5 Stelle sono stati persino blanditi con l’assicurazione di alcuni collegi sicuri.

Descrivere Giuseppe Conte in questo momento non è facile perché anche i suoi più stretti collaboratori non sanno cosa ha in mente. Un dato sicuro, che non è di poco rilievo, è l’aver portato a casa il Recovery plan, salvo sorprese sempre possibili, la messa in sicurezza del progetto di spesa dei fondi straordinari di Bruxelles: è notizia di ieri, frutto del pressing degli ultimi giorni del Partito democratico e di tutti i pontieri che si sono spesi per avvicinare Conte a Renzi e viceversa. Finalmente c’è stata una fumata bianca.

A meno di nuovi colpi di scena il Recovery passerà domani, o forse mercoledì, in Consiglio dei ministri. Non verrà bloccato da Italia viva, così come lo stesso Conte aveva chiesto, offrendo in cambio un rimpasto e un nuovo patto di legislatura.

Il vertice

Il premier potrebbe convocare un vertice tra i leader per un patto sul nuovo governo

Il passo successivo, su cui ora il capo del governo sta riflettendo, è quello di abbandonare la tentazione di uno scontro in Parlamento con Renzi, come accadde con Salvini due anni fa. Deve mettere da parte quella sindrome da bunker che è insieme una critica di Italia viva e una constatazione dei ministri a lui più vicini, e farsi carico di un’iniziativa politica seria: la convocazione di una riunione formale con i leader della maggioranza per siglare un patto fra gentiluomini che lo possa indurre alle dimissioni sicuro di un Conte ter.

Su questo punto, considerato sia dal Movimento 5 Stelle che dal Partito democratico l’unica via d’uscita dalla crisi, il premier non ha ancora deciso. Ha paura di ritrovarsi dimissionario e di scoprirsi sostituibile appena poche ore dopo, con una figura istituzionale al suo posto o un esponente del Pd.

Per questo, nonostante le pressioni, quei consigli ad «essere paziente» (parole sue), ad accettare almeno parte delle decine di richieste di Italia viva, Conte tentenna ancora. Quanti scalpi dovrebbe offrire a Renzi? Esiste veramente un punto possibile di incontro? La risposta, ormai questo sembra assodato, potrà averla solo dopo aver accettato le dimissioni e l’idea di un Conte ter. Prima non sembra possibile per nessuno degli attori coinvolti, nemmeno per il capo dello Stato, avere certezze.

Di sicuro finora, almeno ufficialmente, Conte non ha accettato di rispondere nel merito alle richieste di Italia viva. Dai 30 punti consegnati da Renzi al dem Goffredo Bettini, al documento programmatico di dicembre diffuso dall’ex premier prima della trattativa finale sul Recovery plan. O il capo del governo deciderà di farlo, e probabilmente già questa settimana, o avrà di fronte solo l’ipotesi residua di una crisi al buio.

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