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Recovery Plan, all’Italia 5 miliardi in meno Franco: “Cambiare passo”

Il monito del ministro dell’Economia Daniele Franco arriva con voce pacata ma ferma: «Dobbiamo cambiare passo, non possiamo subire battute d’arresto». Di fronte a sei commissioni parlamentari riunite “da remoto”, con la bagarre iniziale di Fratelli d’Italia, la prima sortita del “numero uno” di Via Venti Settembre traccia le linee politiche ed operative del documento che con oltre 200 miliardi in sei anni potrebbe portarci, a fine percorso, ad un ritorno al miraggio di una crescita superiore al 3% annuo. Naturalmente «se si faranno le riforme», annota il ministro. Bisogna fare presto anche perché nel frattempo la nostra fetta di torta di Recovery Fund, a causa del ricalcolo di quanto abbiamo perso di Pil, si è ridotta di 5 miliardi: dai previsti 196,5 agli attuali 191,5. La quota complessiva, ReactEu compreso, scende dunque da 209,5 a 204,5. L’Italia ha bisogno come il pane dei grandi progetti messi insieme dalla lunga gestazione del Recovery Plan culminata nella bozza del 12 gennaio, cui Franco ha riconosciuto «moltissimi elementi di solidità» e dalla quale si sta ripartendo per quella che di fatto è una riscrittura. Da completare in fretta: se vogliamo avere l’anticipo del 13% e i fondi dopo l’estate abbiamo solo due mesi di tempo (il termine è il 30 aprile) e dobbiamo considerare che la crisi di governo ha fermato i lavori per un paio di mesi.
L’emergenza Covid spesso ci fa dimenticare le questioni strutturali del Paese e Franco, ministro tecnico, li ha ricordati: «Cronico problema di crescita», divari allarmanti che penalizzano Sud, donne e giovani. Morale: il Recovery Plan può aiutarci ad «accrescere il potenziale di sviluppo» con digitalizzazione, green ed inclusione sociale. Ma la confezione del Piano va rivista: bisogna predisporre documenti «credibili e dettagliati» e «cambiare passo » nel rapporto con i fondi europei dove, ha ricordato il ministro, abbiamo tempi lenti: basti pensare che su 73 miliardi dell’ultimo ciclo di programmazione Ue che si è chiuso nel 2020 ne abbiamo spesi solo 34. Franco non lo dice esplicitamente, ma il meccanismo del Recovery Plan è analogo e dunque bisogna ripartire da un «deciso rafforzamento delle strutture tecniche ed operative». Cioè dalla nota governance incardinata al Tesoro, coordinata da Carmine Di Nuzzo, con 50 funzionari a tempo pieno ed un gruppo di economisti. Con a fianco, ha riferito il ministro, anche un organismo di audit e controllo. Una struttura «robusta e articolata», l’ha definita Franco.
Al Tesoro dagli altri ministeri (dotati anch’essi di strutture tecniche ad hoc) arriveranno i progetti di cui i vari dicasteri manterranno la «responsabilità primaria». Un ruolo di affiancamento, per «competenza orizzontale» , lo avranno i ministeri di Tecnologia, Transizione ecologica e Sud. Il Parlamento con uno sprint conta di approvare un documento finale a Montecitorio il 30 marzo. Certo la sfida non è facile anche perché, ogni singolo progetto richiede una riflessione attenta sul modello di sviluppo che si ha mente ». Ogni iniziativa per scuola e trasporti, ad esempio, deve considerare che tipo di scuola o mobilità abbiamo in mente. Serve «uno sforzo corale». Nel frattempo Franco che ha assicurato che la società di consulenza McKinsey, alla quale proprio il suo ministero ha dato un incarico per curare il Recovery Plan, «non ha nessun ruolo decisionale». Ha poi annunciato a sorpresa, e segnando una discontinuità, una misura di disclosure: consegnerà al Parlamento le bozze delle «note tecniche analitiche », in inglese e ad uso della Commissione, dei singoli progetti del vecchio Recovery Plan italiano del 12 gennaio. «Sono le stesse note che i ministri hanno ricevuto nel passaggio di consegne», cui ora i nuovi titolari dei dicasteri stanno lavorando per «integrarle, rinnovarle e svilupparle».
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