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Il Recovery Plan accelera a metà marzo i primi tre dossier

Primo scatto in avanti del Recovery Plan italiano da 209 miliardi. Il gruppo di lavoro “incardinato” al ministero dell’Economia, dopo una decina di giorni di intensa attività, prevede di essere in grado di riaprire il dialogo operativo con Bruxelles entro la metà di marzo su infrastrutture, istruzione e salute. Si tratta di un primo successo della spinta impressa dal premier Draghi al “programma” e della capacità di elaborazione e organizzazione di Via Venti Settembre. Così i rapporti con Bruxelles, fondamentali per l’approvazione del Recovery Plan, riprendono dopo due mesi di stasi a causa della crisi politica.
I piani di tre delle sei missioni in cui è diviso il programma sono pronti ad essere scrutinati dai tecnici della Commissione europea e saranno consegnati a metà mese: i lavori vengono giudicati di confezione avanzata per infrastrutture, istruzione e ricerca e salute. Tre pilastri importanti ai fini del rilancio del Paese sui quali i funzionari e gli economisti del team guidato da Carmine Di Nuzzo, braccio destro del ministro dell’Economia Daniele Franco, sono riusciti a trovare la quadra.
Restano invece più indietro le altre tre missioni, peraltro di cruciale importanza: digitalizzazione, ambiente ed energia e lavoro. Nel codice del team di Di Nuzzo: M1, M2 e M5. Naturalmente il rallentamento dipende dall’ingresso dei due big con missione specifiche all’interno del governo: il ministro per la Transizione ecologica Roberto Cingolani e quello per l’Innovazione tecnologica e transizione digitale, Vittorio Colao.
Le nuove proposte che arrivano da Cingolani e Colao dovranno essere riprogrammate dal gruppo Di Nuzzo per essere rese digeribili da Bruxelles in tempi brevi.
Si profila dunque una vera e propria corsa contro il tempo per evitare gli errori del passato: il ministro dell’Economia Daniele Franco (che lunedì debutta e riferisce in Parlamento) ha confermato al team di avere intenzione di consegnare tutto a Bruxelles entro il 30 aprile. La macchina tuttavia funziona: sotto la guida del coordinatore generale, Carmine di Nuzzo, alto funzionario della Ragioneria generale, ci sono le sei missioni e ciascuna ha potuto “pescare” a seconda delle esigenze dal bacino di economisti ormai completato al ministero dell’Economia.
Il metodo di lavoro è molto cambiato: c’è una schema generale e naturalmente una struttura che lavora a tempo pieno al programma (cosa nuova perché prima la partecipazione era saltuaria). Il compito è chiaro: ricostruire, dettagliare e migliorare l’esistente, cioè la bozza varata nel caos della incombente crisi il 12 gennaio scorso.
Inoltre a differenza prima fase del Recovery Plan, quella che fino alla fine di dicembre scorso è stata gestita da Palazzo Chigi e che arrivò per la riscrittura in extremis al Tesoro tra Natale e Capodanno, stavolta il rapporto con ministeri e amministrazioni è cambiato. In passato il passaggio a Palazzo Chigi, dove c’era Conte, ha comportato un fenomeno fino ad oggi rimasto in ombra: molti progetti confezionati dai ministeri furono tagliati, accorpati, rivisti e modificati.
Oggi invece le parole d’ordine sono «condivisione e trasparenza » con i ministeri e dunque stanno rientrando in ballo i programmi elaborati nella fase iniziale, rendendo più fluido il dialogo. Per il resto il lavoro procede non senza difficoltà: la Commissione europea chiede un dettaglio sugli effetti delle misure che sta provocando qualche problema non solo all’Italia ma anche ad altri paesi alle prese con il Recovery. Oltre a target e le tappe intermedie, le cosiddette “milestone”, viene chiesto l’effetto sul Pil di ogni singola misura, assai difficile da calcolare.
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