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Recovery, sei piani e sei riforme Le risorse per i settori nel Def

Le «linee guida» del Recovery Plan articolato in sei missioni e altrettante «azioni di riforma» che le accompagneranno sono pronte. Le bozze sono state girate in queste ore anche a Regioni ed enti locali in vista del confronto in programma oggi, prima della riunione in cui domani il Comitato interministeriale per gli Affari europei dovrebbe mettere il timbro politico. Dopo l’architettura generale arriveranno i numeri con la distribuzione dei fondi nei diversi settori, dettagliati nella Nota di aggiornamento al Def che il governo deve presentare alle Camere entro il 27 settembre (con qualche piccolo slittamento sempre possibile). Poi sarà la volta della terza mossa, con la definizione puntuale del Recovery Plan che si candida a raccogliere i fondi Ue: mossa decisiva ma dai tempi più lunghi. Perché nei programmi del governo l’impalcatura dovrà essere pronta a ottobre, per avviare il confronto informale sui contenuti con Bruxelles; ma per la struttura definitiva della candidatura italiana si guarda a gennaio. Anche perché solo allora, e salvo sorprese, potrebbe finire il lavoro attuativo sui regolamenti comunitari, indispensabili insieme alle ratifiche parlamentari per accendere davvero la macchina. Solo a quel punto potrà l’iter per l’esame dei piani nazionali alla commissione e al Consiglio Ue.

Il piano italiano, come ha spiegato il ministro dell’Economia Gualtieri ai manager riuniti al Forum Ambrosetti di Cernobbio, poggerà su una doppia sestina. La prima è rappresentata dalle «mission» degli investimenti, che si occuperanno di transizione digitale, infrastrutture, decarbonizzazione, inclusione sociale, salute e formazione, in un campo largo che va dall’istruzione alla ricerca universitaria. Tradotte, queste etichette significano per esempio gli investimenti sul cloud della Pa indicati dalla ministra Pisano nell’intervista al Sole 24 Ore del 4 settembre, la definizione strutturale del piano Transizione 4.0 per gli investimenti innovativi delle imprese, l’estensione «a tutta Italia del tempo pieno nella scuola» rilanciata da Gualtieri insieme all’ampliamento nell’offerta degli asili avviato dall’ultima manovra.

L’Italia colpita dal Covid dopo 20 anni di altalena fra stagnazione e recessione ha però «un bisogno particolare» di affiancare agli investimenti una serie di riforme, come spiega il titolare dell’Economia. Di qui arriva la seconda sestina del Piano, le «azioni di riforma» su cui il governo promette di lavorare: riguardano Pa, ricerca, formazione, fisco, giustizia e lavoro.

I pacchetti di riforme, che dalla giustizia alla formazione incrociano le Raccomandazioni Ue del 2019-2020 (dove si chiede anche di assicurare la «sostenibilità» della previdenza assicurata a suo tempo dalla riforma Fornero) saranno cruciali per l’esame comunitario sul piano.

Si gioca qui la partita delle “condizionalità” della Recovery and Resilience Facility, che promettono di animare parecchio il dibattito italiano quando dai titoli si passerà ai contenuti degli interventi. Su molti aspetti, in realtà, il Pnr ha già dettato gli indirizzi generali, ma gli interrogativi sono legati anche alle modalità dell’esame. Modalità che «preoccupano» per esempio anche il Cnel, che nell’audizione di ieri con il presidente Treu ha criticato il peso «del metodo intergovernativo profondamente contrario allo spirito della Costituzione Ue» per l’ultima parola affidata al Consiglio e non alla commissione.

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