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Il Recovery passa dalle banche sul piatto 200 miliardi di crediti

Chi scorresse le 273 pagine del Piano nazionale di ripresa e resilienza da 248 miliardi di euro, non troverebbe quasi niente sulle banche. Ma i cento gruppi bancari del Paese sono il classico convitato di pietra, da cui molto passa e dipende: e sono pronte a mettere sul piatto una fiche da 200 miliardi, quasi raddoppiando le ricadute del Pnrr.
Non solo gli istituti saranno il canale primario per la messa a terra dei quattrini, e dei progetti da finanziare, in un Paese dove il mercato dei capitali (la Borsa) vale solo un terzo del Pil e vige il noto bancocentrismo dell’impresa. Le banche, piaccia o no, avranno un ruolo fondamentale nel coinvolgere nei rivoli del Pnrr le circa 300 mila imprese interessate, specie nei settori costruzioni, tecnologia dell’informazione, trasporti, manifattura elettronica, energia. Ruolo ancor più grande l’avranno considerando che 250 mila di queste imprese sono piccole e medie, che spesso hanno nei partner bancari il solo referente-regista nella pianificazione strategica. C’è poi l’aspetto di cofinanziamento, che secondo Oliver Wyman potrebbe conservativamente ammontare a 150-200 miliardi. Quasi un altro Pnrr, che proprio le banche valuteranno se finanziare per il completamento di tutti i progetti di Piano. Sarebbe, al di là del forse catartico bagno di soldi, un’occasione rara per emendare i vizi decennali della competitività delle imprese nostrane: troppo piccole e attive in settori a bassa crescita, poco digitalizzate e incapaci di creare interazioni pubblico-privato sui grandi progetti.
«Il successo del Pnrr dipenderà moltissimo dalla capacità delle banche italiane di sostenerlo, sia con la scelta e il monitoraggio dei progetti giusti sia con il loro cofinanziamento», dice Claudio Torcellan, partner di Oliver Wyman e responsabile dei servizi finanziari nel Sud-Est Europa. Il consulente Usa, che ha tra i clienti la Bce ed è specializzato nei rapporti banca-impresa, segnala due ambiti di coinvolgimento bancario. Per i progetti maggiori, che coinvolgono campioni nazionali (Enel, Eni, Snam, Tim), si tratterà per le banche di finanziare le imprese di filiera connettendo i vari pezzi della catena del valore. Per gli ambiti dove, invece, i campioni nazionali non ci sono – si pensi al turismo o all’agroalimentare – toccherà alle banche mappare le filiere, capire quali imprese coinvolgere su quali progetti, controllarne l’avanzamento, cosa cofinanziare e con quali partner rafforzare il capitale aziendale (servirà, un giorno, visto che dei debiti del Pnrr si campa ma non si vive). Anche per questo esito, le banche potrebbero essere sensali ispirate: se sapranno coinvolgere investitori tipo Fondazioni, casse previdenziali, assicurazioni e fondi pensione in quello che per Torcellan è «un meccanismo virtuoso e cooperativo di collaborazione pubblico-privato, che all’estero ha consentito di realizzare grandi progetti a condizioni migliori rispetto ai bandi pubblici e agli incentivi a fondo perduto».
Ma quali istituti saranno capaci di tanto? «Molte banche, alcune in modo virtuoso, hanno da tempo rivisto proposte commerciali e politiche creditizie per tener conto delle specifiche esigenze di settori e filiere, e come tali si qualificano come un meccanismo fondamentale per trasmettere e implementare il Pnrr», replica Torcellan. Proprio settimana scorsa Carlo Messina, ad di Intesa Sanpaolo, ha auspicato che il Pnrr diventi in Italia «il piano delle filiere e dei distretti industriali». Ma anche l’inseguitrice Unicredit, che ha appena insediato come ad Andrea Orcel, pare avere passate caratteristiche e presenti ambizioni per giocare la partita. E lunedì Giuseppe Castagna, ad di Banco Bpm, ha auspicato la nascita, alle spalle delle due big, di «un terzo polo forte nel Nord Italia, per sostenere l’esecuzione del Pnrr». Il banchiere non parlava a caso, ma pensando a un polo Banco Bpm-Bper: pure il risiko bancario passa dal Pnrr.
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