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Recovery e Mes, alta tensione tra Conte e Pd

«Si circonda solo di tecnocrati. Basta, non ne possiamo più». Lo sfogo di un dirigente dem rende bene l’idea della temperatura nel Pd nei confronti del premier Giuseppe Conte. Tornata a rialzarsi ieri ai massimi livelli sui due fronti caldi del Recovery Plan, a partire dalla struttura di governance per gestire progetti e risorse che ancora non si vede, e del Mes. Ma non solo. «Non siamo affatto in ritardo sul piano, siamo perfettamente in linea con il cronoprogramma», ha chiarito sin dal mattino Conte per provare a spegnere l’incendio nato dopo che lunedì sera in Tv aveva spostato a febbraio la deadline per la presentazione del documento a Bruxelles.

«Febbraio? Forse vuole usare il Recovery Plan per blindarsi dal rischio crisi?», la domanda velenosa che circolava ieri nei palazzi romani. Per uscire dal guado, il premier ha cercato e ottenuto la sponda della presidente della Commissione Ue, che ha sentito in occasione del Global Health Summit in collegamento con il G20. «Siamo in stretto contatto, l’Italia è sul sentiero giusto», ha assicurato con un tweet Ursula von der Leyen. E anche il ministro degli Affari Ue, il dem Vincenzo Amendola, ha gettato acqua sul fuoco: «l’Italia è nella giusta direzione per il Next generation Ue, come sempre in sintonia con la Commissione».

Ma dietro alle rassicurazioni di rito le tensioni sono altissime. La squadra di grand commis e manager che sta lavorando sul piano per completare in fretta l’istruttoria tecnica (si veda Il Sole 24 Ore del 22 novembre) non è mai stata ufficializzata. A Otto e mezzo il premier ha ribadito che nascerà una «struttura operativa ad hoc con un profilo manageriale» per il monitoraggio dei progetti e la verifica dell’attuazione, aggiungendo che «sarà condivisa presso Palazzo Chigi ma con il coordinamento di altri ministeri». Struttura che era stata già annunciata a settembre, ma mai istituita. «Ci sono riunioni in questi giorni per definirla», precisano fonti governative. L’ipotesi di una struttura esterna, pur vagliata da Conte, sarebbe stata stoppata. E il pressing sul premier va nella direzione di creare una governance specchio di quella Ue, con un ruolo politico di coordinamento assegnato all’Economia e agli Affari europei.

Tra i dem di Nicola Zingaretti cresce l’insofferenza. Certo non raffreddata dal nuovo scontro sul Mes con il M5S andato in scena ieri mattina in un vertice in due tempi tra Conte e i capidelegazione, presenti i ministri Gualtieri, Amendola e Di Maio. Sul tavolo non c’era il ricorso al prestito del Fondo Salva-Stati ma il sì dell’Italia all’accordo preliminare sulla riforma del Meccanismo di stabilità (che assegna al Mes il ruolo di backstop nelle crisi bancarie) in vista dell’Ecofin del 30 novembre. Il ministro pentastellato Alfonso Bonafede ha chiesto un passaggio parlamentare preventivo. Alla fine si è deciso per un’informativa di Gualtieri (che ha riferito come le banche italiane abbiano superato lo stress test effettuato) nelle commissioni Finanze e Politiche Ue, forse già domani. Un passaggio senza votazioni, per evitare incidenti. Soltanto il 9 dicembre toccherà a Conte presentarsi alle Camere per le comunicazioni alla vigilia del Consiglio Ue, seguite stavolta da un voto sulle risoluzioni. È stata la ministra Iv Teresa Bellanova a porre il tema di non procedere in ordine sparso e a sottolineare «l’esigenza di sintesi avanzate e coerenti con la complessità del momento». Per Iv è urgente completare il puzzle dell’unione bancaria con il tassello mancante.

Fibrillazioni pure sul Comitato interministeriale per la sicurezza della Repubblica, previsto in serata dopo il Cdm: sul tavolo la proroga del direttore generale del Dis Gennaro Vecchione. Dem e renziani sono tornati a incalzare Conte perché nomini un’autorità delegata per i servizi segreti. E il consigliere di Zingaretti, Goffredo Bettini, ha detto in chiaro sul rimpasto quel che ormai pensano tutti: «Dopo la legge di bilancio un riassetto del governo sarebbe utile».

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