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Recovery, investimenti a quota 147 miliardi Meno fondi alle imprese

Più investimenti e meno sussidi. Un numero minore di progetti, raccolti in 47 linee di intervento. Ma più ambizione sulla spinta alla crescita.

La nuova architettura del Recovery Plan, frutto di un lavoro non stop che ha impegnato i vertici del Mef per tutti gli ultimi giorni (e notti) dell’anno vecchio e i primi di quello nuovo, conferma le anticipazioni della vigilia. E soprattutto, grazie alla concentrazione sugli investimenti pubblici che raccolgono il 70% delle risorse (come anticipato sul Sole 24 Ore di martedì; erano al 60% nelle prime versioni) promette un impatto maggiore sulla crescita. Perché, si legge nelle 13 pagine di «Linee di indirizzo» con cui Via XX Settembre accompagna la nuova tabella inviata ieri ai quattro partiti della maggioranza, l’attuazione del piano «assicurerebbe un impatto sul Pil di circa 3 punti percentuali», contro il +2,3% stimato per il 2026 dalle prime versioni, e produrrebbe quindi «un incremento occupazionale maggiore» di quello ipotizzato dai primi calcoli. Impatto che secondo il Mef potrebbe essere anche maggiore per i meccanismi con effetto leva sugli investimenti privati. La quota di incentivi e sussidi si riduce al 21%, mentre il resto si divide fra interventi per la formazione (4,3%) e un capitolo residuale con le iniziative estranee ai primi tre filoni. Nel complesso, il 39% dei finanziamenti (81,9 miliardi) rientrerebbe nel filone della «transizione ecologica» e il 31,4% (66 miliardi) sarebbe collegato alla «transizione digitale», cioè i due motori principali che l’Unione europea si propone di attivare con il Next Generation Eu. Nel passaggio da una versione all’altra, ad ogni modo, colpisce la riduzione dei finanziamenti per l’innovazione del sistema produttivo che scendono da 35,5 a 25,7 miliardi. Il piano Transizione 4.0, in particolare, cala da 21,7 a 18,8 miliardi.

Il confronto fra i capidelegazione della maggioranza, che si annuncia complicato per le forti perplessità già trapelate da Iv, è in programma per le 18, in vista di un consiglio dei ministri che potrebbe arrivare sabato. La mossa portata avanti da Gualtieri con i vertici di Via XX Settembre, il capo di gabinetto Luigi Carbone, il ragioniere generale Biagio Mazzotta e il dg del Tesoro Alessandro Rivera, viene incontro alle obiezioni mosse non solo da Iv su un’eccessiva «timidezza» delle ipotesi iniziali. Ma torna utile al governo anche per dare rassicurazioni ulteriori a Ue e mercati sulla capacità italiana di tenere a bada la mole del debito/Pil gonfiata dalla crisi fino al 158%, e di avviarne una riduzione oggi appesa alle incognite sul rimbalzo del Pil (+6% quest’anno) e sulla necessità di nuovi scostamenti per finanziare un altro giro di aiuti all’economia.

Perché la «sostenibilità della finanza pubblica», spiega sempre la sintesi mandata ai partiti con la nuova tabella, resta il pilastro intorno al quale si articola la costruzione del piano e che motiva il «no» di Gualtieri alla richiesta avanzata da Italia Viva di utilizzare per nuovi investimenti, non previsti nel tendenziale, anche l’intera quota di prestiti della Recovery and Resilience Facility.

La parte di prestiti comunitari destinati a interventi «additivi» rispetto al tendenziale di finanza pubblica, che quindi producono indebitamento netto, resta invariata rispetto alle prime versioni. Ma nella nuova tabella scompare la vecchia divisione fra progetti del «tendenziale» e misure «additive» per lasciar posto a quella fra «progetti in essere» e «nuovi progetti». Fra questi ultimi rientrano quelli che si prevede di finanziare con i 21 miliardi del Fondo sviluppo e coesione (Fsc) per investimenti sui quali ha lavorato il ministro per il Sud Giuseppe Provenzano. Risorse che sono già presenti nei conti italiani (sono fondi nazionali) ma non erano ancora state attribuite a progetti specifici. Da chiarire comunque, analizzando nel dettaglio i singoli progetti, la quota di investimenti totali che andrà al Sud, anche se fonti governative parlano di una prima stima di circa il 50%.

I numeri del nuovo programma sono frutto dell’integrazione fra Recovery, programmi cadetti di Next Generation Eu (a partire dai 12,2 miliardi di react Eu) e degli altri fondi, estranei al Next Generation ma dedicati a finalità «coerenti» con quelle del piano. Il totale fissa il contatore a quota 222 miliardi. Ma in questa cifra (Sole 24 Ore di ieri) c’è anche un cuscinetto di sicurezza pensato per le possibili bocciature di qualche progetto agli esami comunitari: alla Recovery and Resilience Facility, che vale 196,6 miliardi, sono infatti collegate iniziative per 209,8.

In questo capitolo, l’ultima versione del piano messo a punto dal ministero dell’Economia prevede di utilizzare 66,6 miliardi per finanziare misure già avviate. Rientrano in questo filone per esempio 5 miliardi incasellati alla voce «digitalizzazione della Pubblica amministrazione», che fin qui hanno sempre indicato il piano Cashless, 6,7 miliardi per l’edilizia pubblica, 11 per i bonus edilizi (per il superbonus è confermato il calendario scritto in legge di bilancio) e 11 miliardi per le ferrovie.

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