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Recovery? Incapaci di spendere

i parla tanto di infrastrutture ma senza la semplificazione delle procedure non si va da nessuna parte. E sulle semplificazioni si è fatto poco e male.

Il Codice dei contratti è stato modificato 140 volte negli ultimi 4 anni, senza dimenticare il caos determinato nel tempo dagli oltre 1.600 conflitti di attribuzione dovuti alla riforma del Titolo V. Il presidente Giuseppe Conte sulla semplificazione aveva annunciato di giocarsi una parte della sua credibilità, mi pare abbia dimostrato scarso coraggio nel Decreto Semplificazioni poiché ci si è concentrati ancora una volta sulla fase di gara, mentre sono fondamentali la parte di programmazione e progettazione per garantire lo snellimento delle successive fasi. Inoltre vi è un’accelerazione di più Stato nell’economia, emblematico è l’esempio dell’ Ilva, cioè sta prevalendo una cultura antindustriale. Il contributo del privato è invece fondamentale per la realizzazione e per la gestione di nuove infrastrutture, a patto che lo Stato non abdichi al suo ruolo di controllore com’ è accaduto per le concessioni autostradali. Cacciare il privato fuori dalla porta anziché creare le condizioni per controllarlo è sbagliato e dannoso»:

Stefano Cianciotta è presidente dell’Osservatorio sulle infrastrutture di Confassociazioni (riunisce 362 associazioni professionali non organizzate negli ordini e 126 mila imprese) ed è componente del Tavolo tecnico presso il Mise per il rilancio dell’edilizia. Si tratta di un punto d’osservazione importante sul momento politico schizofrenico che stiamo vivendo.

Domanda. Il Recovery Plan può meritare una crisi di governo?

Risposta. Nei momenti più bui della Repubblica, ad esempio durante il rapimento di Aldo Moro, i partiti seppero dare pure nelle grandi differenze e nelle asprezze dei giudizi, manifestazioni di grande unità. Al contrario le discussioni di queste settimane rappresentano una mancanza di rispetto verso le oltre 60.000 vittime italiane e la sofferenza di milioni di persone, che a fatica stanno provando a costruire e ad immaginare un nuovo futuro per le loro vite.

D. Il pericolo è che i fondi europei si disperdano in mille rivoli. Quali potrebbero essere le infrastrutture prioritarie da realizzare?

R. Il completamento della Salerno-Reggio Calabria e della Torino-Lione, le tratte ferroviarie Napoli-Bari e Palermo-Catania-Messina, la linea Alta Velocità Milano-Verona-Padova e la Gronda di Genova. Bisogna poi investire bene i 74,6 miliardi di risorse assegnate nel Recovery Plan per lo sviluppo della digitalizzazione. Sarà fondamentale puntare sull’intermodalità tra le aree di interesse economico, in particolare porti e ferrovie, senza la quale le Zone Economiche Speciali produrranno effetti risibili al Sud in termini di attrazione di investimenti. Inoltre vi sono le smart-grid, ovvero le reti elettriche intelligenti, che saranno i il motore della futura mobilità. Infine non si può escludere dal Recovery Plan la città di Roma, perché la Capitale deve tornare ad avere un ruolo strategico rilevante per il futuro del Paese.

D. È vero che i fondi internazionali sarebbero pronti a investire nelle infrastrutture?

R. Gli interventi sulle infrastrutture hanno un notevole effetto moltiplicatore, fino a 2.5 volte in valore sul Pil. In Italia il settore risulta ancora parzialmente sottosviluppato: l’incidenza degli investimenti in infrastrutture sul Pil in Italia è del 2,1% per gli investimenti pubblici e del 5,2% per quelli privati, rispetto alla media Ue che si attesta rispettivamente sul 3% e sul 7%. Il settore infrastrutturale italiano è considerato un mercato chiave per i principali investitori istituzionali globali ed è reso attrattivo sia dal gap tra infrastrutture esistenti e infrastrutture necessarie sia dalle maggiori opportunità rispetto ad altri Paesi con economie mature, dove un processo di consolidamento è già in atto da anni. Gli investitori, come riportato di recente da una ricerca promossa da Ernst & Young, sono attratti da autostrade (57%), ferrovie (54%) e fonti rinnovabili (75%), così come dal settore ospedaliero (66%) in ascesa anche a causa della pandemia e dall’invecchiamento della popolazione.

D. L’esperienza indica che molte opere rimangono incompiute.

R. È una ferita aperta sullo stato di salute del nostro Paese e come ci sta purtroppo insegnando la pandemia lo stato di salute è direttamente collegato col benessere e il tenore di vita. Sono circa 350 ogni anno le opere incompiute. Dal 2000 il Paese ha rinunciato a 20 miliardi di investimenti ogni anno, ai quali potrebbero aggiungersene altri 530 nei prossimi vent’anni se continuiamo a non saperli spendere, come ha segnalato l’Osservatorio della Bocconi.

D. In che modo arrivare a una collegialità tra Stato e Regioni?

R. Cito un esempio: il 13,9% dei Comuni italiani ha affermato la propria contrarietà al 5G, e la gran parte di questi sono propri quei borghi che ci vengono presentati come luoghi ideali per fare impresa e dove ci si può trasferire per lavorare e vivere. Senza servizi e infrastrutture spiegatemi come si può fare. Il governo, ma soprattutto le Regioni, i Comuni e gli enti locali devono avere la capacità di investire culturalmente sulle opere, intervenendo sul dialogo con le comunità, e imparando a comunicare ai territori il valore strategico delle infrastrutture. Occorre l’autorevolezza della politica, che è l’opposto del populismo.

D. Il pericolo è che decisioni assunte a livello nazionale vengano disattese a livello locale.

R. L’esasperata conflittualità tra la conservazione dell’ambiente e la realizzazione di nuovi investimenti rischia di vanificare l’ultima grande buona occasione che viene dall’Europa. Troppe volte abbiamo assistito ad opere ritenute strategiche dal Mise che sui territori si sono scontrate con l’opposizione di comitati o movimenti sostenuti dagli amministratori locali, determinando contenziosi e ritardi che non possono più essere ammessi se vogliamo rendere il Paese efficiente e in grado di rispondere alle sfide poste dalla pandemia. È arrivato il momento in cui Centro e Periferia debbono riuscire a ragionare all’unisono, rendendosi conto di essere sulla stessa barca, che per altro rischia di affondare.

D. Intanto tarda la nomina dei commissari per le infrastrutture previste dal recente piano straordinario.

R. È la burocrazia che vince sulla politica. Senza i poteri speciali il bravissimo sindaco di Genova, Marco Bucci, non avrebbe potuto realizzare il ponte in meno di due anni. I poteri speciali però, si scontrano con la perdita di potere da parte delle burocrazie ministeriali. Ma senza ricorrere ai commissari è impossibile ammodernare in un decennio il nostro Paese. Chi governa non può tenere la testa sotto la sabbia.

D. L’emergenza Covid come sta influendo sui programmi infrastrutturali dei grandi committenti?

R. ln genere hanno risposto bene, accelerando i progetti già in via di definizione, come testimoniano i piani industriali di Eni, Snam, Terna, Enel e di Poste presentati nelle scorse settimane. Il futuro delle grandi imprese è tracciato: digitalizzazione dei servizi, decarbonizzazione, incremento della sicurezza e resilienza del sistema, con l’obiettivo di risolvere le congestioni di rete e potenziare le dorsali indispensabili al trasporto. Bisogna però che la politica non faccia scherzi e che su questo cammino non vengano posti trabocchetti, che poi ricadrebbero su tutti noi.

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