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Recovery Fund, ultima offerta ai Paesi del Nord e dell’Est

Per la quarta serata consecutiva i Ventisette stavano negoziando ieri un sofferto accordo sul bilancio comunitario 2021-2027. Si respirava cauto ottimismo nelle delegazioni nazionali dopo che su molti fronti si erano aperti i primi spiragli tra i capi di Stato e di governo. A ridosso della cena il presidente del Consiglio europeo Charles Michel ha espresso «fiducia sulla possibilità di una intesa». In linea di massima, l’atteso accordo dovrebbe sancire una riduzione dei sussidi rispetto ai prestiti se confrontata con la proposta della Commissione europea.

Secondo una nuova bozza negoziale del bilancio comunitario, a cui è associato un controverso Fondo per la Ripresa, quest’ultimo dovrebbe essere composto da 390 miliardi di sovvenzioni e 360 di prestiti (rispetto ai precedenti 500 e 250 miliardi). Dei 390 miliardi di euro di sussidi 312,5 miliardi dovrebbero essere distribuiti direttamente ai governi (il 70% tra il 2021 e il 2023). Secondo Palazzo Chigi, all’Italia potrebbero andare grosso modo 209 miliardi (82 di sussidi e 127 di prestiti).

Almeno sul fronte delle sovvenzioni riservate all’Italia, il nuovo progetto, ancora tutto da approvare, si discosta di poco dalla proposta della Commissione (che prevedeva 81,8 miliardi di sussidi e 90,9 miliardi di prestiti). Sempre secondo il canovaccio negoziale, il classico bilancio comunitario dovrebbe valere 1.074 miliardi, in calo rispetto ai 1.100 proposti da Bruxelles in maggio. Nel progetto presentato dal presidente Michel aumenta il volume degli sconti per quattro paesi su cinque (la Germania esclusa).

Una analisi parziale del vertice ha mostrato come nel corso del summit si siano susseguiti i nodi controversi. In un primo tempo, la questione più dibattuta è stata la governance, ossia l’iter di approvazione nell’esborso del denaro proveniente dal Fondo per la Ripresa. L’Olanda ha insistito per avere un benestare all’unanimità dei Ventisette. In dubbio se legittimo agli occhi dei trattati, L’Aja ha dovuto accettare un compromesso che nell’iter coinvolge il Consiglio europeo, ma solo quando vi sono «deviazioni serie» rispetto agli impegni presi.

A tenere poi banco è stata la questione dell’ammontare del Fondo per la Ripresa. I paesi più restii ad accettare la nascita di uno strumento particolarmente generoso – in primis l’Austria – hanno dato battaglia tra domenica e lunedì, chiedendo una riduzione drastica delle sovvenzioni rispetto alla prima proposta del presidente Michel. Ancora ieri sera la questione doveva essere risolta: Francia e Germania non vorrebbero scendere sotto quota 400.

Sempre ieri sera molti diplomatici si aspettavano che una terza questione avrebbe dominato la discussione: il legame tra l’uso dei fondi europei e lo stato di diritto. Dopo i dirigenti di Olanda e di Austria si aspettava al varco il premier ungherese Viktor Orbán. Il tema è particolarmente sentito dai paesi scandinavi, meno dalla Germania che dà l’impressione di non voler mettere in pericolo l’intesa sul bilancio comunitario insistendo su un tema particolarmente ostico e controverso.

L’Ungheria può contare su un appoggio esplicito di Polonia e Slovenia, stando ad alcuni diplomatici. Sul fronte opposto, la Finlandia, la Svezia, la Danimarca. L’Italia ha ricevuto nel fine settimana l’appoggio del premier Orbán nella sua diatriba con L’Aja sulla governance del Fondo per la Ripresa. Sarà interessante capire quale atteggiamento avrà il premier Giuseppe Conte sul versante dello stato di diritto. Intanto l’ultima bozza negoziale ha annacquato non poco tutto il capitolo.

La riunione di ieri, iniziata con grande ritardo, è giunta dopo che i leader hanno negoziato nella notte di domenica fino alle 5 del mattino. Molti hanno notato il forte coordinamento tra Parigi e Berlino nel gestire le trattative.

Simili anche le espressioni usate per definire ieri il momento: «Un accordo è in pista». In una primissima analisi, e ammesso che l’ultimo canovaccio venga approvato, l’intero impianto sembra premiare soprattutto i paesi piccoli. Intanto il summit iniziato venerdì dovrebbe avere ormai battuto il record di durata detenuto dal vertice di Nizza del 2000, oltre 85 ore.

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